Come è stata vista Parigi dalla Francia durante gli attentati

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Come è stata vista Parigi dalla Francia

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Le ultime notizie disegnano un quadro fosco.
Ma com’è andata realmente la serata per chi si trovava in Francia?

Per quel che mi riguarda, poco prima che iniziassero gli attentati, ero a passare una bella serata tra musica e risate. Poi, ad un certo punto, il flash d’agenzia: attentato a Parigi, 20 morti, un centinaio gli ostaggi.

Benché la notizia fosse drammatica, l’appuntamento che avevo con il gruppo di amici in centro a Rennes, città universitaria di 250 mila abitanti a ovest di Parigi, è rimasto in piedi. La prima reazione che le persone si aspettano quando succedono queste cose è che un Paese si paralizzi. Non evidentemente qui. Certo, arrivati nel locale l’argomento teneva banco, soprattutto ad ogni aggiornamento. Da 20 morti si è passati a 60. Poi a 80. La soglia di 100 morti viene passata in tromba, mentre l’agitazione e un sottile senso di paura serpeggia tra i boccali e i bicchieri. Poi la notizia che shocka: iniziano a sparare agli ostaggi, ad uno ad uno. Quindi non è come accade spesso, in cui gli ostaggi sono un mezzo per arrivare da qualche parte. Che so, la banca rapinata: gli ostaggi sono un salvacondotto. Qui sono l’obiettivo.

Le ricostruzioni diranno che i terroristi vuotavano interi caricatori sulla folla, sparando alla cieca, e si prendevano tutto il tempo per ricaricare i loro ak-47. Se capitasse qui? Se venissero e si chiudessero in questo locale? La gente sta bevendo, c’è sedie e tavoli. Muoversi agilmente sarebbe complesso e difficile. Sei un bersaglio facile. Mi fingerei morto a terra? Oppure dovrei lanciarmi contro un attentatore come nei film d’azione? Ma io, che non ho mai visto uno morto ammazzato?

Paura di cosa?

Può succedere a Rennes? Ok, Parigi è Parigi. Qui è differente. Ma è colpa dell’immigrazione, dice uno. Colpa dei rifugiati, dice qualcun altro – dimenticando che i rifugiati spesso e volentieri scappano da quelle persone. Mentre usciamo dal locale, gentilmente spinti dalla sicurezza, l’impressione che molti hanno è che il locale chiuda prima a causa degli attentati. In realtà chiudono molti intorno all’una, l’una e mezzo. Ma manca ancora un quarto, all’una. E tutti gli altri hanno già tirato dentro tavoli, ombrelloni e paravento. C’è chi, tra i denti, sibila contro quelli più scuri di pelle: i “muslim“. Io, che ero insieme anche ad un ragazzo iraqeno, non posso che consigliargli di tenere un profilo particolarmente basso, giusto per tranquillità. Lui non se ne capacita: “io, come tutti i miei amici, farei mai una cosa del genere. Né potrei mai concepirla!”.  E se è vero che la serata è continuata in discoteca, molte persone dondolavano fuori dal club e discutevano degli attentati, tra una sigaretta e l’altra.

Oltre 150, arriva la notizia.

E’ un numero spaventoso, i francesi che erano con me avevano un espressione contrariata più che altro. Dopo nemmeno un anno da Charlie Hebdo, dopo pochi mesi dal fallito attentato in treno (che sarebbe stata una strage ancora peggiore), Parigi è di nuovo palco scenico del terrore internazionale. Probabilmente a causa delle sue periferie, le balnieu, quartieri dormitorio per minoranze in cui cova il risentimento, già oggetto di proteste e repressioni anni fa.

Ma fa paura?

E’ quando ti avvii a letto, con il grande commando di amici che si sminuzza in piccoli gruppetti, che inizi a rifletterci bene. Le strade, vuote, perché è tardi. C’è chi si lamenta di trovarsi in Francia proprio ora, chi invece fa finta di niente alla fermata del bus. Non sapere, oggi, è impossibile. Da Facebook a Whatsapp, da Google a Yahoo, la notizia rimbalza ovunque. E’ prevedibile un balzo in avanti di LePen. Il fatto che Hollande abbia chiuso le frontiere ed annunciato lo stato di emergenza Alfa Rouge  (Rosso Alfa) non fa che aumentare il senso di disagio, di intolleranza. Di tensione.
Aspettando l’autobus passano due sconosciuti, la cui lingua non lascia molti dubbi circa la loro religione. Delle ragazze che erano nel gruppo, scosse dalle notizie che passavano, devono averli guardati un po’ spaventate. Uno di loro se ne accorge e, ritenendo che la situazione lo consentisse, si avvicina con aria abbastanza scocciata chiedendo spiegazioni delle loro occhiate. Tutti fingiamo di non parlare francese. Con dell’inglese scadente chiede se va tutto bene, in un tono decisamente poco conciliante. Gli chiediamo di allontanarsi perché le ragazze non si sentivano bene. Non importa ripercorrere gli auguri che queste due gli hanno recapitato quando se ne è andato.

Ed è così che iniziano le spirali più terribili della storia, dalla paura innocente. E in pochi si rendono conto che i primi ad essere danneggiati da questa tremenda ecatombe non sono gli occidentali.

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