POSTA! Ecco perché ho votato NO ma non mi sento un populista

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POSTA! Un lettore (ne abbiamo uno, questa è la notizia) ci invia via mail un papier in cui ci tiene a spiegare perché chi ha votato “NO” al referendum del 4 dicembre non lo ha fatto solo per “ignoranza”, ma a ragion veduta e coscienziosamente.

Riceviamo e pubblichiamo:

Ciao Vic,

ti scrivo perchè ci tenevo a dire la mia riguardo l’esito del referendum del 4 Dicembre, poiché ho come la sensazione che, nonostante il suo risultato non abbia lasciato dubbi su chi fosse lo schieramento vincitore, non si sia compreso fino in fondo il come sia potuto avvenire un tale distacco in termini numerici tra le due fazioni.

Di conseguenza vorrei provare qui di seguito a fare un ‘analisi su questa vittoria del fronte del “NO”, basandomi sui dati pervenutoci a partire dal 5 Dicembre, traendone alcune considerazioni e riflessioni.

Il risultato del referendum costituzionale del 4 Dicembre 2016 ha parlato in maniera inequivocabile: con un’affluenza di circa il 69% degli aventi diritto di voto, quasi il 60% ha bocciato la proposta di revisione della costituzione italiana , promossa dal capo del governo Matteo Renzi e dal ministro delle riforme costituzionali Maria Elena Boschi. Il primo dettaglio che impressiona di questi risultati non è tanto la vittoria del “NO”, prevista parzialmente e con i soliti margini di incertezza che possono lasciare i sondaggi prima delle elezioni ( visto anche il precedente della sfida per la Casa Bianca Trump- Clinton), tanto la dimensione di questa vittoria, : l’enorme impegno del premier e del ministro delle riforme costituzionali , con un escalation di presenze a tutte le trasmissioni televisive e interviste con l’avvicinarsi della data del referendum, appoggiati da gran parte del PD e del governo, non ha che portato di fatto a una vera e propria disfatta elettorale.

La dimensione di questo sforzo si può riassumere in cifre finanziarie: come riportato da vari quotidiani e siti web, la campagna “BASTA UN SI” ha sostenuto una spesa di quasi 10.000.000 di Euro (http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/12/06/chiesto-controllo-su-spese-basta-un-si_88bc3389-7bcb-4ed8-82a2-9030936522c6.html), di tutta risposta le spese totali del “COMITATO PER IL NO”, non risultano superiori ai 300.000 Euro (https://comitatoperilnoparis.wordpress.com/author/comitatoperilnoparis/). Sorge quindi spontaneo domandarsi sul come sia stata possibile questa netta bocciatura del “SI”, nonostante sia stato presentato come la soluzione alle varie problematiche senza dubbio presenti nel sistema politico italiano e nella sua costituzione ; la sua vittoria, a detta dei promotori, avrebbe garantito la “ripartenza” del paese, eliminando il cosidetto “bicameralismo perfetto” tra Camera ed il Senato, causa della lentezza nel fare molte leggi, la riduzione del numero dei parlamentari ,accelerando la burocrazia e riducendo i costi della politica: in termini pratici si trattava di modificare parzialmente o completamente circa 40 articoli su 138 della nostra carta costituzionale.

La proposta in sé risultava molto allettante, tuttavia, se vogliamo analizzare i perché della sua bocciatura, un primo elemento di debolezza risulta a mio avviso appunto in questa “appetibilità” che il quesito referendario sembrava possedere ad una prima occhiata, quasi come uno dei tanti prodotti esaltati negli spot commerciali che si vedono in televisione tutti i giorni.Ritengo quindi proprio a partire da quest’ultima considerazione che la vittoria del “NO” abbia avuto valore estremamente positivo; cercherò di spiegarmi meglio: dopo il 5 Dicembre ho notato che tra molti degli elettori che hanno votato per il “SI”, l’opinione diffusa riguardo coloro che alle urne hanno tracciato una croce sul “NO”sia quella che abbiano agito in maniera quasi ingenua e infantile, con ignoranza volendo, e che abbiano semplicemente colto l’occasione per, usando un espressione del gergo schietto e popolare, “mandare a casa” l’ennesimo capo di governo non apprezzato e criticato da buona parte dell’opinione pubblica, senza riflettere sulla prospettiva di lunga veduta con i vantaggi che questa riforma avrebbe portato se fosse passata, sfruttando la personalizzazione avvenuta di fatto e dichiarata in primo tempo dallo stesso primo ministro del referendum.

Le analisi sul voto ed i sondaggi realizzati in seguito alle votazioni confermano soltanto in parte questa spiegazione, la quale però esclude completamente un background senza dubbio da approfondire, che restituisce ampiamente la dignità intellettuale alla massa degli ingenui, a detta degli avversari, che hanno votato per il “NO”: come detto prima, lo stesso quesito presente nella scheda elettorale era molto allettante, di conseguenza il rifiutarlo comportava un’attenta riflessione che invece non sarebbe stata richiesta nel mettere una croce sul “SI”. La campagna a favore della conferma del referendum è stata molto attiva, forte e presente in tutti i media,dalla radio, televisione e internet, ( oltre che come riportato prima con maggiore investimento finanziario ), non poteva di conseguenza essere ignorata:

Sono dell’opinione che sia stato quello che non è stato detto che si è rivelato uno dei fattori chiave del successo del “NO”. Ritengo che molti elettori non abbiamo votato tanto contro Matteo Renzi, tquanto contro il fatto che sia stato lui a promuovere la riforma, e di conseguenza rilegandosi sulla sua credibilità come segretario di un partito segnato negli ultimi anni da gravi scandali, con illustri esponenti inquisiti, accompagnato come se non bastasse da ombre e vicende oscure come i recenti fatti della Banca Etruria, che ha visto coinvolta direttamente la famiglia del ministro Boschi.

Non si può far passare in secondo piano il fatto che l’80% dei giovani abbiano votato “NO” , sempre riportando i dati forniti dalle testate giornalistiche ed il ministero dell’interno (http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/12/05/referendum-il-no-prevale-al-sud-e-tra-i-giovanilanalisi_fd971036-c920-49ca-a695-bbb6ae2fa8b1.html) :la generazione che avrebbe dovuto essere il punto forte dell’approvazione del referndum, ritenuta la più informata e consapevole della realtà sociale, politica ed economica che la circonda, ha voltato le spalle a Renzi.

Il contenuto stesso della riforma ha lasciato a molti elettori l’impressione di essere in contrasto con gli stessi obbiettivi che essa si era prefissata: apparsa immediatamente in prima analisi confusa e ambigua, con molti articoli complicati e allungati, è stata rigettata in primis da molti illustri costituzionalisti (Gustavo Zagrebelsky , tanto per citarne uno), seguiti da un ampio e variegato schieramento politico, composto dal Movimento 5 stelle, la Lega, Berlusconi eMeloni e tanti altri partiti, senza escludere una forte minoranza nello stesso PD capeggiata da Bersani, il quale senza dubbio si è rivelato fondamentale nel convincere un’ampia fetta dell’elettorato.

 Un tale stravolgimento radicale e netto del corpo costituzionale italiano, non preannunciato in principio dal PD ( non di queste dimensioni almeno), il timore di un accentramento di potere da parte dell’esecutivo troppo elevato ( combinato con la legge elettorale dell’Italicum per la camera) , un senato che non risultava affatto depotenziato, sempre con funzioni importanti, i dubbi sulla sua reale efficienza, oltre che sul chi lo avrebbe composto e come sarebbero stati eletti, (visto i precedenti penali di molti esponenti dei vari partiti), ha portato alla formazione di questo imponente fronte avversario.

La nuvola che senza dubbio però ha oscurato di più la campagna elettorale di Renzi, trattata raramente ( se non anche meno) dai media ufficiali, è stata quella che incombeva dalle direttive dell’unione Europea e dalle grandi banche mondiali, soprattutto da parte di quella americana della “J.P. MORGAN” : è risaputo che alcuni suoi esponenti, tra i quali l’ex premier britannico Tony Blair, avessero incontrato più volte Renzi a partire dal 2013 (http://popoffquotidiano.it/2016/09/12/referendum-si-scrive-renzi-si-legge-jpmorgan );

accusata dal governo degli Stati Uniti di essere tra i responsabili della grande crisi finanziaria del 2008, aveva redatto una relazione nel 2013 riguardo le costituzioni dei paesi nell’area del Mediterraneo, la quale, in estrema sintesi, affermava che esse siano come una zavorra per la crescita in quanto troppo democratiche e socialiste, a tutela dei diritti dei lavoratori, e che andavano “profondamente cambiate” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/22/referendum-costituzionale-la-riforma-e-voluta-dalla-finanza-di-jp-morgan/3047056/).

Concludo spendendo alcune parole nel cercare di capire perché così tante persone abbiano votato, e specifico, solamente e soltanto per “ mandare a casa Renzi”, divenuto di fatto uno degli slogan più utilizzati da alcuni degli schieramenti politici contrari all’approvazione della riforma costituzionale: sono fortemente convinto che si tratti solo in parte di una motivazione futile, poiché la personalizzazione dichiarata da Matteo Renzi del referendum non poteva non creare un legame tra il quesito da lui proposto ed il suo operato politico, sottoposto di conseguenza al giudizio degli elettori.

Tale personalizzazione, sebbene l’ormai ex capo del governo abbia cercato in seguito di farlo passare come un aspetto secondario della votazione ( arrivando lui stesso ad ammettere l’errore nell’aver compiuto questa mossa), non si può negare che mettesse le carte in chiaro: era palese in fatti che avesse messo in gioco la sua credibilità al governo, cercando l’approvazione elettorale e palesandola la come sua ultima “ carta” per proseguire la sua leadership. Non ritengo neanche opportuno menzionare la pura e semplice ignoranza, la quale è sempre stata e sempre sarà una componente dell’elettorato in tutti ( e sottolineo tutti) gli schieramenti nelle elezioni democratiche a suffragio universale.

Mi esimerò anche del trattare e giudicare approfonditamente in questa sede l’insieme delle decisioni e provvedimenti adottati negli ultimi mille giorni del governo Renzi, menzionando il “Jobs Act”, il sistema di retribuzione lavorativa con i voucher, i tagli alla sanità e la riforma sulla scuola,; non si può però trascurare il fatto che essi siano stati fortemente criticati all’unanimità da molti elettori,anche da quelli che lo avevano sostenuto al suo trionfo alle elezioni europee del 2014, segnando di conseguenza l’esito del referendum renziano. L’aspetto che invece mi piacerebbe prendere in considerazione riguardo l’analisi di questa sconfitta sta nell’atteggiamento, o forse è meglio parlare di attitudine, del premier durante questa campagna elettorale e non solo.

Non ho potuto fare a meno infatti di notare nei dibattiti televisivi prima del voto che alle domande approfondite che gli venivano poste riguardo la riforma, seguendo attentamente, Matteo Renzi lasciava a un senso di un’incompletezza nelle sue spiegazioni , una non accuratezza che non si capiva se fosse stata voluta o semplicemente legata alle sue competenze, ma che di sicuro non poteva lasciare soddisfatti molti dei cosidetti elettori “ignoranti “ favorevoli al “NO;” veniva così a mancare quello che per un politico dovrebbe essere il pane, ossia la FIDUCIA. Discepolo di Silvio Berlusconi, la discesa in campo di Renzi alla Leopolda è stata orchestrata dal suo addetto alle comunicazioni Giorgio Gori, ex manager guarda caso della Fininvest ( si veda wikipedia), il quale sosteneva che agli italiani “ occorre spiegare le cose come ai bambini delle medie, poiché oltre quel livello di comprensione della realtà non sarebbero andati”; ebbene, l’impressione che lasciava il premier di Rignano sull’Arno era proprio quella che abbia fatto suoi questi insegnamenti.

Altra opinione diffusa tra gli elettori che hanno votato per il “SI” è che tra i sostenitori del”NO”, incoraggiati da vari leader politici dell’opposizione, sia prevalso il populismo, tanto invocato questi ultimi mesi di campagna elettorale. Ancora una volta non mi trovo concorde con questa spiegazione, poiché essa può essere tranquillamente ribaltata su coloro che hanno lanciato questa accusa, Matteo Renzi in primis: sorge infatti spontanea una riflessione su molte delle dichiarazioni da lui rilasciate, come l’aver decantato questa riforma come “ contro la casta e gli inciuci del palazzo”, ed i suoi improvvisi appelli all’Unione Europea; se vogliamo poi tornare più indietro nel tempo, credo proprio siano estremamente pertinenti a quest’ultima questione le sue ripetute affermazioni come quando, da sindaco di Firenze candidato alle primarie del PD, abbia dichiarato più volte che sarebbe voluto diventare premier solo se eletto con normali elezioni, senza parlare sul come più volte avesse dato lezioni di democrazia, dopo che al precedente referendum abrogativo sulle trivelle del 17 Aprile 2016, come premier, avesse invitato gli italiani a non votare. 

Risulta quindi piuttosto chiaro, dopo queste considerazioni, che la campagna elettorale di Renzi, nonostante gli ingenti sforzi, avesse fallito su molti fronti, volendo fin dal principio: non bisogna stupirsi quindi più di tanto di questo risultato elettorale ; bisogna invece apprezzare a mio avviso la capacità di riflessione politica che ha coinvolto un numero così elevato di cittadini del nostro paese, ( vedendo i numeri sull’affluenza elettorale), ed in conclusione mi viene da pensare, smentendo Giorgio Gori, che magari gli italiani abbiano un livello di comprensione della realtà un po’ superiore a quello delle scuole medie.

JACOPO S

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