Petrolio e crisi: c’è chi vede una recessione strutturale dell’economia

By -

(In diretta dalla ESC Business School, Rennes, Francia)

Petrolio e crisi: c’è chi vede una recessione strutturale dell’economia.

Secondo la banca francese Natixis, con sede a Parigi, le operazioni delle banche centrali non hanno funzionato e hanno aggravato una situazione già debole.

A peggiorare le cose 6 punti, enucleati nel report:

  1. Perdita di competitivià della Cina
  2. Diminuzione potere di acquisto dei giapponesi
  3. Flessione produzione industriale dei PVS
  4. Calo dei prezzi delle materie prime
  5. Frenata del settore energetico USA
  6. Basso livello di investimenti nella zona euro

In realtà il report ne posta anche altre, ma di minore entità. Ogni punto merita un approfondimento, ma la perla del report è la legnata che arriva sui denti di Pechino:  “Considerando il vero tasso di crescita della Cina e non il tasso ufficiale, la crescita mondiale nel secondo trimestre del 2015 sarebbe solo il 2%” si legge nel report.

Mentre quindi a Parigi si sollevano coperchi pericolosi,  in Cina ci si morde le mani per la crescita che non c’è, cosa che ha fatto sparare l’ultimo colpo in canna alla Repubblica Popolare, una svalutazione competitiva in risposta alle progressive e continue svalutazioni delle altre valute principali (Euro e Dollaro, così come Yen e Sterlina) che avevano fatto, di fatto, apprezzare più del dovuto il Reinmibi, tenuto sotto sedativi per anni dalla Banca Centrale Cinese per favorire l’export e attrarre investimenti.

Ora che questa leva non è più disponibile, la Cina si è trovata a fare i conti con problemi strutturali che celava dietro IDE in arrivo da ogni dove. L’attenzione minima al suo ecosistema, che ha sacrificato favorendo l’arrivo di industrie particolarmente inquinanti. La gestione delle infrastrutture fuori dalle aree industriali. La bolla immobiliare, che gonfia da anni. La bolla finanziaria, che ha portato in un anno la borsa a guadagnare il 150%, ed è arretrata nelle settimane scorse a botte del 7%, soprattutto dopo l’annuncio della svalutazione. La disparità all’interno della RPC. E la questione demografica, che pone più interrogativi di qualunque altro problema. chart

Tutte queste cose freneranno inevitabilmente la crescita alla Cina, il cui trend è oramai chiaro a tutti.

E un trend chiaro (di nuovo) a tutti è la bassa crescita della maggior parte dei Paesi in via di sviluppo (PVS), a cominciare dalla Russia e dal Brasile, due BRICS che hanno visto cambiare gli outlook di crescita non appena il petrolio è calato. La Russia ha avuto un calo drastico delle entrate, tanto da dover fare manovre di salvataggio del bilancio e di difesa del rublo, calato a picco. Il Brasile è entrato ufficialmente in recessione sempre a causa dei prezzi bassi del greggio, che Goldman Sachs prevede possano arrivare anche a 20 dollari il barile: uno scenario inimmaginabile giusto un anno fa, con prezzi che erano oltre i 100 dollari e impegnavano non poco le bilance commerciali dei Paesi importatori.

E queste quotazioni, spinte da un’offerta in crescita e da una domanda tutto sommato stagnante, hanno causato una frenata del settore energetico degli Stati Uniti, immerso nel fracking (tecnica particolarmente costosa) proprio dai prezzi stellari del WTI.

 

Se poi, in uno scenario del genere, ci aggiungiamo il Giappone in crisi d’identità, con le così dette Abenomics che funzionano a intermittenza, e la situazione di austerity in Europa, si capisce perché l’economia mondiale si ferma.

5 Comments to Petrolio e crisi: c’è chi vede una recessione strutturale dell’economia

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.