Perché il Jobs Act e l’articolo 18 non porteranno benefici

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Il Jobs Act porterà qualche beneficio? Focus su Articolo 18

Il Jobs Act, pseudonimo inglese per legge sull’impiego, è la legge sulla flessibilizzazione del lavoro voluta fortemente dal Governo e chiesta in maniera impellente dall’Unione Europea.

Prevede l’abolizione di tutta una serie di nuove norme e di paletti e modifiche per lo statuto dei lavoratori, tra cui spunta il famigerato articolo 18, “Reintegrazione nel posto di lavoro”, all’interno delle “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” (legge 300/70).

Cos’è l’articolo 18?

L’articolo 18 è diventato terreno di battaglie politiche acri e violente, di botta e risposta a suon di scioperi e minacce. Si occupa di reintegro e risarcimento in caso di licenziamento senza giusta causa per certe categorie di lavoratori, e stabilisce le modalità, i limiti e i diritti che una persona può esercitare in caso di licenziamento illegittimo.

Licenziamento illegittimo può significare tre cose: discriminatorio, disciplinare o per motivi economici.

Se il licenziamento è discriminatorio, il lavoratore ha diritto al reintegro immediato nel suo posto di lavoro, con le condizioni che vigevano prima del licenziamento e, in più, un risarcimento che deve essere almeno 5 mensilità. In più il lavoratore ha diritto al risarcimento dei mesi passati senza lavoro, compresi oneri e contributi. Inoltre la legge dà la possibilità al lavoratore di risolvere il contratto di lavoro, qualora lo volesse, senza rinunciare ai “conguagli”. Ad oggi, inoltre, questa norma risulta ampliata grazie alla legge Fornero, che ha esteso queste condizioni anche alle aziende con meno di 15 dipendenti.
Un licenziamento discriminatorio tipo potrebbe essere quello in seguito alla gravidanza per le donne, o dovuto agli orientamenti sessuali, o a motivi religiosi o per opinioni politiche.

Qualora il licenziamento fosse disciplinare, com’è logico che sia, vengono meno un sacco di tutele rispetto al discriminatorio. Il licenziamento disciplinare è legato ad un atto ripetuto da parte del dipendente varie volte e che ha provocato danni all’azienda. Il reintegro è obbligatorio solamente nel caso fosse dimostrata “l’insussistenza” del fatto, cioè qualora il lavoratore fosse stato licenziato per qualcosa che non ha commesso. Il lavoratore però può chiedere al giudice un risarcimento se il licenziamento è illegittimo ma non lo si riesce a dimostrare, definito di tutela indennitaria.

Il licenziamento economico invece si ha quando l’azienda va male ed è costretta a ridurre il personale. Il personale è una delle voci di spesa più cospicue nelle aziende, e quindi è logico che in periodi di tagli si vada anche a ridurre i dipendenti.
Si applica solamente alle società con più di 15 addetti, e il reintegro c’è solo ed unicamente qualora fosse chiara l’insussistenza della crisi economica.
L’esempio più ricorrente è la sostituzione di personale con altro più giovane e quindi meno costoso.

Questo in sintesi.

L’attuale Presidente del Consiglio, quando nel 2012 era ancora sindaco di Firenze, non poneva particolare enfasi sull’articolo 18.
Da Santoro, diceva:


In questo momento nel mio territorio ci sono almeno 3 crisi aziendali di aziende di 150 persone che hanno deciso dalla mattina alla sera di chiudere e di andarsene. L’articolo 18 per loro non è un problema e per quel lavoratore non è una sicurezza. Ho detto sull’articolo 18 e lo ripeto qui che non ho trovato un solo imprenditore, in tre anni che faccio il sindaco, che mi abbia detto “Caro Renzi, io non lavoro a Firenze o in Italia, non porto i soldi, perché c’è l’articolo 18″. Nessuno me l’ha detto. Non c’è un imprenditore che ponga l’articolo 18 come un problema.

e aggiungeva che i problemi veri fossero altri:

“un problema di burocrazia, di tasse, di giustizia, non dell’articolo 18. E non ho mai trovato neanche un ragazzo, precario, che mi abbia detto “Sogno l’articolo 18″. Per quello che mi riguarda l’articolo 18 è un problema mediatico. E’ un problema che si è posto soltanto nel dibattito mediatico”

Nel 2014, invece, è diventato l’oggetto del desiderio per la ripresa economica, lo scalpo della crisi, la pietra filosofale dell’occupazione e si sono spesi mesi preziosi a discutere e dibattere se il licenziamento dovesse essere regolato in una maniera o in un’altra.

Io trovo che dibattere dell’articolo 18, che parla di licenziamenti, per portare avanti un ragionamento sulle assunzioni, sia controproducente.

Nessun imprenditore, come era stato detto due anni fa, si lagnava particolarmente dell’articolo 18. Casomai si lagnava della discrezionalità del giudice, che aveva troppa libertà di scelta e spesso le sentenze potevano ribaltarsi a seconda di chi le emetteva.

Però è un trofeo. Un trofeo da esibire al pubblico come successo, come se ci fosse veramente un successo dietro, visto che mentre a Montecitorio c’è chi festeggia e chi si strappa le vesti, il Paese intorno al Palazzo crolla.

Infatti il tasso di disoccupazione è decollato, l’economia è entrata in una fase di stagnazione di cui non si vede la fine, i prezzi sono sull’orlo della deflazione, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, viceversa essenziale in una fase di crisi per far ripartire i consumi, è ai massimi.

Nel dibattito politico l’articolo 18 è stato definito come una delle cause principali per cui le imprese estere non investono in Italia. Quindi, levato l’articolo, dovrebbero arrivare tutte quelle imprese che aspettavano di investire in Italia ma non lo facevano perché trovavano sconveniente lo statuto dei lavoratori così com’era. Una sua abolizione, in realtà, non porterà posti di lavoro. Non aumenterà gli investimenti diretti esteri, non aumenterà le assunzioni.

Non porterà lavoro perché il problema del licenziamento è secondario nel processo di scelta della localizzazione dell’investimento. Non si spiegherebbe altrimenti perché la Germania, benché dotata di un sistema di tutela del lavoro più rigido, riceva cospicui investimenti dall’estero di tipo greenfield, cioè con costruzione di nuove fabbriche e nuovi posti di lavoro. E lo stesso accade in Francia, che presenta probabilmente la legislazione sul lavoro più rigida d’Europa.

Infatti, durante la pianificazione di un investimento, si guarda prima di tutto ad una, e ad un’unica cosa: il ritorno. Quanto rende l’investimento?

E allora sì che si iniziano a considerare variabili “macro” del Paese: la burocrazia è lenta o veloce? la giustizia è efficace? quanta corruzione c’è? il mercato interno è disposto a comprare il prodotto che ho intenzione di produrre in loco?

Il dibattito politico non tiene conto dell’importanza della giustizia. Si parla di giustizia civile, non penale, che è quella che riceve la maggior parte delle attenzioni. È rilevante perché consente di stabilire i rapporti giuridici tra le parti: se un’azienda non paga e diventa insolvente, le aziende non recuperano il credito se la giustizia civile funziona male. Se un’azienda non paga, la procedura di risarcimento è lunga e dolorosa. Le aziende, ha dimostrato uno studio, preferiscono accollarsi il 70% di perdite pur di chiudere in modo stragiudiziale il contenzioso. Sono perdite. Sono perdite per gli investitori.

La Svizzera, che è tra i paesi più business-friendly del mondo, ha una giustizia civile che consente di chiudere il processo (l’equivalente di primo grado, appello e cassazione) in meno di 3 anni. In Italia ce ne vogliono 4, se va bene, per chiudere solo il primo grado.

Che succede? Succede che dopo 4 anni l’azienda che doveva ricevere il credito magari vince la causa, ma il soccombente è a fare la bella vita in Costa Rica. Questo prendono in considerazione le imprese. Anche il discorso della tassazione è, sorprendentemente, più marginale di quel che sembri. Benché molti ricorrano a sotterfugi fiscali per evitare l’imposizione, le tasse sono un male minore. Tendenzialmente si pagano su redditi conseguiti, su lavori effettuati. Quindi su soldi guadagnati.

Ovviamente, se le imprese non investono, non si creano nuovi posti di lavoro.

Quindi abolire l’articolo 18, flessibilizzare il lavoro, fare qualsiasi manovra in questa direzione è destinata al fallimento, perché è evidente che un Paese occidentale non possa fare concorrenza agli altri Paesi ad alto reddito sulla flessibilità del lavoro. Chi investe in Paesi ad alto reddito si aspetta alto valore aggiunto, e quindi è disposto ad accollarsi una struttura più rigida, contributi sociali più rilevanti e leggi più severe, proprio in ragione del fatto che la forza lavoro è qualificata. Non perché si licenzia più facilmente.

L’ottica corretta invece sarebbe quella di portare avanti una politica industriale che incentivasse il valore aggiunto, tramite tecnologia, ricerca, investimenti, prodotti innovativi.

catena montaggio

catena montaggio in Germania nel settore dell’automotive

Questo è quello che è successo in Germania, col settore dell’automotive (Audi, per esempio, che da produttore di media qualità negli anni ’90 è passato ad essere uno tra i premium già a metà anni 2000), o nella chimica (BASF).
Sfortunatamente siamo in Italia e non abbiamo ancora una classe politica adeguata. O forse l’abbiamo persa.

Il resto del Jobs Act

Il Jobs Act prevede poi l’introduzione del contratto a tutele crescenti, richiesto a gran voce dal giuslavorista Ichino, eletto in Parlamento con Monti, [scopri cos’è il contratto a tutele crescenti], la riforma della Cassa Integrazione Guadagni [scopri cos’è la Cassa Integrazione e come viene modificata], la delicata riforma del mansionario, che consente di cambiare mansioni ai dipendenti con più facilità, la riforma dell’ASPI ed un’estensione della maternità.

Questi altri aspetti saranno analizzati negli articoli linkati.

3 Comments to Perché il Jobs Act e l’articolo 18 non porteranno benefici

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