LSE e Morgan Stanley: diminuirà disuguaglianza. Ecco perché sbagliano.

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(In diretta dalla ESC Business School, Rennes, Francia)

La London School of Economics, tramite Goodheart, e la banca internazionale Morgan Stanley ritengono che le tesi di Piketty, economystar francese che con il suo libro “Il Capitale nel XXI Secolo” ha fatto registrare vendite record, siano prive di valore.piketty london school of economics

Pikety sostiene che in un mercato sempre più deregolamentato come quello odierno chi ha di più avrà di più, chi ha di meno, meno. Sostanzialmente prevede un ulteriore inasprimento della situazione attuale in cui le disuguaglianze si accentuino invece che ridursi.

Morgan Stanley e Goodhaert sono però di tutt’altro avviso. Ritengono che la fetta di reddito destinata ai lavoratori (perché si ragiona in termini di “PIL destinato a..”, non busta paga netta) aumenterà per tutta una serie di cause. piketty london school of economics

Prima tra tutti l’aumento molto pallido della percentuale di forza lavoro mondiale. piketty london school of economics

La tesi anglosassone è che se i trend demografici continuerano così, allora automaticamente i redditi da lavoro dipendente aumenteranno. Questo perché, appunto, si ridurrà l’offerta.

E’ vero che dal 1980 al 2010 il mercato ha avuto un andamento particolare, sostengono. Retribuzioni in calo e offerta in calo. “Ma”, dicono, ” il periodo ha coinciso con il boom demografico orientale, che ha fatto aumentare in -giusto in- Cina e Est Europa la popolazione in età lavorativa di 300 milioni di persone: una condizione che non può durare”.

Secondo Goodhart e Morgan Stanley è questa la causa che più di ogni altro elemento tirato in ballo da Piketty ha mantenuto basse le retribuzioni ad occidente.

Se la LSE e Morgan Stanley hanno ragione, è prevista una discontinuità nell’andamento del trend. Infatti nel 2005, per fare un esempio, la forza lavoro globale aumentava di 70 milioni di lavoratori ogni anno. Ora ha iniziato a calare e scenderà ulteriormente, di altri 30 milioni, entro la fine del 2030. Questa cosa, spiegano loro, “ridurrà le disparità globali”. Punto.

Perché è irrealistico pensarla così

Tutto sommato è lodevole la ricerca fatta dalle due istituzioni, ma pecca nel considerare la prossima rivoluzione industriale (la IV) che si appresta ad arrivare e di cui già vediamo i primi germogli. Che farà una strage nel mercato del lavoro.

Se l’offerta di forza lavoro cresce molto più rispetto al capitale, il suo prezzo scende. Semplice grafico con due rette che si incontrano. Questo è quello che è successo negli ultimi 30 anni nei Paesi industrializzati. Se l’offerta di manodopera cresce ne risente anche la produttività marginale del lavoro.

L’importanza della produttività

La produttività marginale del lavoro, termine macroeconomico, per spiegarla in termini meno sofisticati è possibile descriverla come la capacità di aumentare la produzione all’aumentare di un fattore (in questo caso il lavoro), ceteris paribus, cioè lasciando tutto il resto invariato. E’ uno degli indicatori principali quando si tratta di calcolare il vero costo del lavoro. Ad una produttività alta si associano costi minori, ad una bassa produttività costi maggiori. E l’aumentare la produttività è il cruccio di chiunque abbia un’impresa. Posto che la produttività dipende sì dal processo produttivo, ma anche dalla domanda del bene che spinge l’impresa a produrre, ecco come tutte le aziende si stanno attrezzando per fare il salto di qualità che comprometterà la forza lavoro.

La quarta rivoluzione industriale

Laprima rivoluzione industriale è stata l’energia a vapore. La seconda, la chimica. La terza, la rivoluzione informatica. E la quarta?
Ogni rivoluzione industriale (a parte, forse, la seconda) hanno portato ad aumenti di disoccupazione, che poi si sono riassorbiti piano piano con la transizione tecnologica. Il fenomeno del luddismo, uomini che combattevano le macchine, nasceva perché le macchine a vapore nell’800 consentivano ai filatoi di tessere più filo per fare vestiti e quindi non servivano più tantissimi addetti.
La prossima rivoluzione industriale potrebbe portare a questi fenomeni, ben più violenti e epidemici, soprattutto nell’area dell’Asia-Pacifico, dove la manifattura è spesso ad alta intensità di lavoro e bassa produttività, e campa grazie a valute deprezzate. piketty london school of economics

La robotica piketty london school of economics

Non è la prima volta che su Diario di Vic compare un pezzo sulla robotizzazione o automazione di processi più o meno elementari. Questa rivoluzione, che è attesa nei prossimi 15 anni, cambierà radicalmente il modo in cui lavoratore e impresa interagiscono. robot
Si guardi il Giappone: crisi demografica, nessuna immigrazione, forza lavoro in calo. Le imprese prima di alzare le retribuzioni e (rendersi ostaggi di scioperi o proteste) preferiscono farsi progettare sistemi di automazione e lavorare con quelli.
Bloomberg, in un uno dei tanti articoli a riguardo, diceva proprio che il Giappone stava compiendo passi da gigante, assieme a Cina e Corea, per essere leader tecnologico. Un’impresa di logistica giapponese era riuscita a ridurre l’organico da 600 a 150 addetti grazie all’automazione. E la produttività era aumentata dell’80%.

Elevando questo caso a sistema, si vede come nei prossimi anni sicuramente ci sarà un calo della forza lavoro disponibile ma, se comparato alla rivoluzione che sta per avvenire, le retribuzioni (a meno di spinte differenti) non ne risentiranno.

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