L’importanza di avere una classe dirigente

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Mentre continuano a venire fuori nuovi dettagli circa l’operazione che porterà Luxottica ed Essilor a diventare un’unica società, celebrata in Italia per la dimensione dell’operazione, in Francia si celebra la vera notizia su uno degli ultimi capisaldi industriali italiani, una delle poche multinazionali di cui ci possiamo ancora giovare e che può far sviluppare un management internazionale. In Francia si celebra una conquista. Essilor ha conquistato una provincia italiana.

Ora, se questa operazione venisse messa nel paniere di tutte le operazioni estero su Italia, in particolare Francia su Italia, si avremmo una fotografia estremamente desolante del processo di desertificazione manageriale che questo Paese sta affrontando. Qualcuno sostiene che il sogno francese di Del Vecchio altro non sia che la rassegnazione di un imprenditore che è riuscito a portare un’officina di provincia ad essere il leader mondiale nelle montature per occhiali, di fronte ad un paesaggio italiano che non è riuscito a produrre un erede degno, a suo avviso, di prendere in mano le redini di una realtà così complessa. 

Leonardo del Vecchio

Leonardo del Vecchio

Io invece penso che questa sia l’ennesima riprova, casomai ce ne fosse stata vera necessità, della totale inadeguatezza della nostra classe politica.

Una classe politica che non ha la benché minima idea di quale possa essere una politica industriale per questo paese.

Una classe politica, la nostra, differente da quella che abbiamo (o meglio, hanno) in Francia. Una classe politica, di là, che per quanto si macchi di tanto in tanto di scandali sessuali, figuracce, apparente mancanza di savoir faire e statura internazionale, ha ben chiari quali siano gli obiettivi che intende perseguire l’economia francese.

La struttura industriale della Francia è molto diverso da quella dell’Italia. Noi ci avviciniamo molto a quella della Germania e del Giappone, costituita da un tessuto molto folto ed estremamente reattivo di piccole e medie imprese che negli scorsi decenni hanno consentito a questo paese di diventare la quinta potenza economica al mondo.

Hollande

Hollande

Parigi si trova invece con un sistema molto più orientato alle imprese di grandi dimensioni, multinazionali in genere. Dalla cosmetica all’industria tramviaria, l’Ile de France pullula di multinazionali che hanno una linea diretta (in caso di necessità o viceversa) con l’Eliseo. Che ora (anni fa, s’intende) si pone l’obiettivo di diventare il paese, lo Stato europeo “casa” delle multinazionali UE.

Il motivo per cui si è spesa così tanto sull’Italia è legato a due questioni differenti (lato nostro) tra loro ma intimamente legate.

La prima è la, oramai constatata, inadeguatezza del ceto politico. Il sistema industriale e il sistema politico francese, che che se ne dica, sono estremamente vicini. Il governo francese ha a cuore lo stato di salute e l’azionariato delle sue grandi imprese, tant’è che la presenza dello Stato francese nell’economia, che con la sua mano influenza le operazioni, è molto, molto forte. L’Italia invece ha ritenuto che fosse più intelligente delegare questa funzione di indirizzo al mercato, sia per evidentemente credo economico, sia per interesse (in quanto incapace – in senso tecnico).

L’altra questione che rende l’Italia così vulnerabile è la sua incapacità di fare sistema, questione annosa legata caratteristiche culturali ma anche alla succitata incapacità del ceto politico di costruire un sistema di relazioni capace di tenersi a vicenda.

Il ceto industriale e politico francese invece, si conosce molto bene, frequenta le stesse università (Grand Ecole), vive negli stessi posti, (Ile de France), condivide spesso gli stessi obiettivi. Questo fa sì che lo Stato intervenga a supporto delle operazioni straordinarie che intraprendono le imprese transalpine, in modo sia palese che occulto. Lo Stato italiano invece tende a giudicare con diffidenza le operazioni straniere, in particolare quelle francesi, ma mancando d’intelligenza materiale non riesce a mettere in piedi un sistema di difesa capace di preservare pezzi del sistema industriale nostrano. Che oramai sono altrove.

Non si fraintenda: il protezionismo fine a se stesso è autolesionista, le operazioni straordinarie cross border aiutano a destinare le risorse in modo spesso più produttivo. Tutto dipende dalla quantità.

Renzi

Renzi

Mi potreste domandare: perché mai dovremmo difendere il nostro sistema industriale se non per una questione di affetto?

La questione è molto più pratica ed estremamente più rilevante di semplici sentimenti.

Avere un sistema industriale forte, nazionale, consente di avere potere. Consente di sviluppare una classe dirigente internazionale, robusta, competente. Quello, cioè, che l’Italia non è riuscita a fare, obbligando (si fa per dire) Del Vecchio a vendere ai francesi per assicurare il futuro della sua creatura.

Inoltre lo Stato ha tutto l’interesse che vi siano grandi imprese sul proprio territorio, sia per scopi politici e di politica estera, sia per scopi fiscali. La nuova società che nascerà dalla fusione Essilor Luxottica probabilmente avrà la sede principale in Francia e li pagherà le tasse. Questo non significa che la succursale italiana non pagherà le tasse in Italia, ma la tassazione ultima sul valore aggiunto avverrà in Francia a tutto vantaggio dell’Eliseo. Quando succede una cosa di questo tipo, il sistema industriale si indebolisce e le risorse fiscali a disposizione dello Stato diminuiscono.

A me sembra così banale che scriverlo dà quasi noia. Finché non verrà presa in considerazione la questione della politica industriale, dettando linee condivise da tutti i partiti e libere da interessi particolari che non giovano al sistema nazionale, l’Italia non andrà avanti. Non è un caso che il nostro caro Paese sia l’unico fermo in Europa, nel continente e tra le principali economie avanzate. Il rischio è proprio che, a forza di fregarsene di queste operazioni, il gruppo delle economie avanzate non sia più il nostro – o lo sia unicamente per etichetta.

E il tutto può riassumersi così: Del Vecchio rassicura “continueremo ad investire in Italia“. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

 

 

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