Le ragioni scientifiche del NO al TTIP (parte 1)

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Il dibattito sul TTIP stenta ad entrare veramente nel vivo dei talk show per tutta una serie di motivi che non è il caso di approfondire qui. Tuttavia, è bene ricordare che se da una parte vengono sbandierate ragioni a favore e bollate quelle contro come retrograde e puramente populiste, c’è chi si è messo di impegno per elaborare un documento che provi la nocività di un accordo del genere. Qui di seguito, i pezzi principali dell’articolo intero (che potrete trovare qui)  fatto dal noto professore Bagnai.

Un articolo datato 17 Novembre 2014, che quindi non tiene conto degli ultimi sviluppi, ma totalmente attinente al dibattito odierno.

Alberto Bagnai per Goofynomics, Diario di Vic

TTIP: LA STORIA SI RIPETE

 

La crisi è democratica: colpisce la maggioranza. Le persone colpite, che appartengono agli ambiti più disparati, ogni tanto reagiscono, e lo fanno in base al proprio bagaglio culturale e alla propria esperienza di vita, com’è normale che sia, e ciascuno ponendo se stesso, quello che sa e quello che ha fatto come chiave di lettura privilegiata. È umano. Abbiamo così letture botaniche della crisi, letture filateliche della crisi, letture giuridiche della crisi, letture naturalistiche della crisi, e chi più ne ha più ne metta.

Da ognuno c’è qualcosa da imparare, ma rimane il fatto ineludibile che questa è una crisi economica, cioè quella cosa che si verifica quando per motivi che abbiamo illustrato tante volte la gente si trova senza soldi in tasca. Va anche ricordato che, come i marZiani dovrebbero sapere e come una lettura anche superficiale dei fatti dimostra (soprattutto in Italia), le dinamiche economiche reggono quelle politiche, che a valle reggono quelle giuridiche, ed è questo simpatico trenino, guidato dalla locomotiva “Economia”, che ci porta a spasso per le interminate praterie della SStoria.

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Oggi voglio parlarvi, da economista, e più precisamente da economista applicato, del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è, lo premetto, una lettura riduttiva, e lo sappiamo benissimo.Quello che inquieta del TTIP sono alcuni aspetti giuridici, in particolare giurisdizionali, come la possibilità, che abbiamo sentito evocare più volte, per le imprese multinazionali di chiamare in giudizio gli Stati sovrani (?) che non si attengano alle prescrizioni di liberalizzazione del mercato che il trattato promuove (e che si riferiscono, badate bene, non alle barriere tariffarie – cioè ai dazi – ormai in via di definitivo smantellamento nel quadro dell’OMC, ma a quelle non tariffarie, cioè alle normative ambientali, igieniche, di sicurezza alimentare e fisica, ecc.). Insomma, la famosa fiorentina all’ormone della quale sentite ogni tanto parlare sui giornali. [..]

Questo, naturalmente, per quanto riguarda la parte “trade“. Poi c’è quella investment, che lasceremo da parte.

Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è quindi riduttivo, ma, come vedrete, indispensabile per cogliere pienamente il carattere truffaldino e antidemocratico dell’operazione in corso, un’operazione che, come solo un economista può aiutarvi a cogliere pienamente, è del tutto isomorfa a quella compiuta col Trattato di Maastricht. Vengono cioè vendute agli elettori come conquiste assodate risultati di studi metodologicamente dubbi, palesemente in conflitto di interessi, i cui risultati vengono proposti orchestrando un falso pluralismo, e dietro ai quali ci sono, ovviamente, i soliti noti.

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E oggi [..] Ci vengono proposte come verità oggettive i risultati di studi basati su una cieca fede nella capacità autoequilibrante del mercato, studi dei quali fin da ora è possibile sconfessare gli errori metodologici, ma, attenzione: gli studi vengono a valle di decisioni politiche già prese (come fu per One market, one money)…

Ci aiuta a orientarci un recente studio di Jeronim Capaldo, The Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership: European Disintegration, Unemployment and Instability.

Non lasciatevi fuorviare dal nome: nonostante la collocazione negli States, il Jeronim [..]/ Jere è romano de Roma, ma la sua mamma no, da cui la scelta un po’ esotica del nome di battesimo. Io ho studiato Ragioneria I con suo zio, sono stato in commissione ricerca alla Sapienza con sua madre, e molti di noi sono stati, credo, clienti della sua famiglia (com’è piccolo il mondo…). Lui, a sua volta, è stato mio “cliente” quando ero ricercatore in econometria alla Sapienza, nel lontano anno accademico 2001-2002, quando discusse una tesina sulla curva di Phillips (pensa un po’ te…). Ora è finito qui, da dove è stato mandato qui a lavorare sul Global Policy Model. Mi illudo di essergli stato un po’ utile (o per lo meno lui la pensa così), e sono contento che ci sia un economista eterodosso infiltrato a Ginevra.

Le Ragioni Scientifiche del NO al TTIP: anche Hollande e la Francia si sono opposti

Le Ragioni Scientifiche del NO al TTIP: anche Hollande e la Francia si sono opposti

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Dunque: il copione è sempre il solito. Esattamente come in One market, one money:

  1.  vengono proposti come vantaggi certi e determinanti dei vantaggi aleatori ed irrisori;

  2. non vengono quantificati i potenziali svantaggi;

  3. i metodi di analisi adottati si basano su una anacronistica fiducia nel mercato.

Le tre caratteristiche sono ovviamente connesse. Nel caso del TTIP si aggiunge ad esse una quarta, simpatica caratteristica:

4. l’impianto del progetto è intrinsecamente contraddittorio con il progetto europeo.

Vediamo un po’ perché.

Vantaggi irrisori

Cominciamo dal primo punto. Come ricorderete, One market, one money quantificava il riparmio di costi di transazione (commissioni su cambi) determinato dall’Unione monetaria in uno 0.4% del Pil, che si sarebbe evidentemente verificato una tantum. Voglio cioè dire che in un singolo anno l’abolizione di questi costi avrebbe fatto crescere il Pil dello 0.4% in più. Ma una volta aboliti i costi, i costi non ci sarebbero più stati (per definizione), e quindi già dall’anno successivo non si sarebbero avuti ulteriori effetti. Ve lo spiego in un altro modo: nell’anno dell’introduzione della moneta unica avremmo avuto 0.4 punti percentuali di crescita in più, negli anni successivi no. Chiaro?

Ovviamente Eichengreen ci si fece una bella risata sopra: “Ma come vi viene in mente di affrontare un progetto così incerto a fronte di un beneficio così irrisorio?”. Ma sse sa, signora mia, la ggente so tanto tanto ‘nvidiosi, gli americani c’hanno paura che je rubbamo er monopolio de ‘a moneta…

(discorsi da comare che oggi si sentono solo in certi seminari…)

Oggi non va tanto meglio. Lo studio leader per la valutazione dei benefici economici del TTIP è quello delCEPR (e come ti sbagli): Reducing Transatlantic Barriers for Trade and Investment. Come nota Jere, le conclusioni di questo studio sono presentate dalla Commissione come fatti, e allora, da bravi europei, facciamo così anche noi. La Table 2 dello studio di Jere riporta una valutazione comparativa dell’impatto sul Pil europeo nel 2027 (fra 13 anni). Il CEPR (che verosimilmente è quello che ha preso più soldi dalla Commissione) è il più ottimista. In caso di realizzazione di una “full FTA” (Free Trade Area, zona di libero scambio, con pieno abbattimento delle barriere interne, ma mantenimento di barriere tariffarie differenziate verso i paesi terzi – cioè gli Usa potrebbero adottare verso la Cina dazi diversi dall’Europa, in pratica), bene, in questo caso estremamente favorevole,

il beneficio sarebbe immenso: lo 0.48% in più del Pil spalmato su 13 anni (cioè un aumento del tasso di crescita medio europeo dello 0.03% l’anno circa)!

Dice: ma che mme stai a pijà per culo? No, no, sto leggendo la Table 16 a p. 46 dello studio del CEPR.

Quindi, pensate, se adottassimo il TTIP subito, con un colpo di bacchetta magica, l’anno prossimo la crescita europea sarebbe non del previsto 1.35%, ma, udite udite, dell’1.38%.

Sono i dettagli a fare la delizia dell’intenditore, e questi dettagli potete leggerli solo qui!

Ora, per carità, io capisco di non poter impedire alla maggior parte di voi di adottare toni barricaderi e piazzaleloretisti [..]. Quindi ragliare “multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla costituzzzzione”, per poi andare all’osteria a farsi un quartino di bianco, è, come dire, la soluzione naturale che si presenta a molti di voi, e, fra l’altro, è un approccio giustificatissimo: dietro questo autentico attentato alla nostra costituzione c’è in effetti il potere di lobbing delle multinazionali, che di fatto agiscono nel loro, certo non nel nostro interesse.

Ma che sorpresa, eh?

A me però, invece di questo segreto di Pulcinella [..] sembra molto più sorprendente, divertente e dirompente andare a leggere sui documenti ufficiali in base a quali pretesi vantaggi questo attentato ai nostri diritti viene perpetrato. Ci stanno vendendo per una cosa che dal punto di vista statistico è del tutto insignificante. A questo punto chi vuole piazzaleloreteggiare alzerà i toni, sbraiterà, si raccoglierà sotto la bandiera della rivolta, cederà al demone del qualcosismo (“dobbiamo fare qualcosa”), malattia senile del qualunquismo.

Chi invece vuole vincere una battaglia di democrazia andrà avanti con la lettura e mi aiuterà a portare questo dibattito nelle sedi opportune (cosa che, occorre saperlo, non è gratis).

Sintesi: per la seconda volta ci stanno proponendo un progetto che comporta rischi notevoli promettendo un beneficio che perfino ricercatori in conflitto di interessi e distorti in favore del progetto (perché pagati da chi lo propugna) quantificano come irrisorio.

I potenziali svantaggi non vengono quantificati

Veniamo al secondo punto (che poi è connesso al terzo): i potenziali svantaggi non vengono quantificati (punto 2) anche e soprattutto perché l’impianto analitico utilizzato per verificare i vantaggi nega che esistano gli svantaggi, e lo fa sempre per il solito motivo: perché si basa su una cieca fiducia nel mercato (punto 3).

 

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