Le mire francesi sull’Italia iniziano forse venti anni fa? I precursori (e padrini) di Bolloré

By -

Le mire francesi sull’Italia iniziano forse venti anni fa? I precursori (e padrini) di Bolloré

La lezione del passato nell’assalto di Bolloré

La Stampa, Sergio Vento

 

 

Telecom, Mediaset, Mediobanca, Generali, Unicredit: il finanziere bretone Vincent Bolloré ha avuto negli Anni 90 italiani delle privatizzazioni, bancarie e non, un illustre precursore e mentore, Antoine Bernheim, pilastro della Banca Lazard. Quest’ultimo aveva efficacemente contribuito in Francia alla creazione della galassia Bolloré: un impero che, dalle cartiere familiari produttrici delle raffinate pagine delle edizioni della Pleiade alle fortune della cosiddetta FrancAfrique (trasporti marittimi, logistica portuale, commodities tropicali, petrolio grazie all’influenza sui governi locali), ha esteso il proprio controllo sul colosso della pubblicità Havas e su quello delle telecomunicazioni, dei media e dell’ambiente Vivendi.

 

Bernheim poteva essere legittimamente orgoglioso di aver anche accompagnato la crescita di due giganti del lusso quali Lvmh di Bernard Arnault (Dior, Vuitton, Givenchy, Moët & Chandon; in Italia Fendi, Pucci e più recentemente Loro Piana e Bulgari) e Kering di François Pinault (Saint Laurent, Fnac, Puma; in Italia Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato fino a Palazzo Grassi e Punta della Dogana funzionali alle attività del colosso delle aste Christie’s).

Bolloré, Berlusconi

Negli Anni 70 Bernheim aveva costruito con Cuccia le basi del controllo di Mediobanca e di Generali grazie all’operazione Euralux, cassaforte lussemburghese di interessi italiani. Diventato presidente di Generali negli Anni 90 aveva introdotto Bolloré in Mediobanca, giungendo tuttavia ben presto allo scontro con Cuccia e soprattutto con Maranghi. Questi giudicavano poco trasparente il ruolo dei due francesi nella competizione per il controllo della Compagnie du Midi, andata ad Axa dell’amico Claude Bebear, e nell’opa su Agf bocciata dall’allora ministro delle Finanze Strauss Kahn. Nel corso di una colazione nella sede parigina di Lazard al Boulevard Haussman, nel febbraio 1996 Bernheim aveva stupito e divertito due ospiti italiani affermando «… ma come è sciovinista il vostro Cuccia con le sue alchimie familiari». Da quale pulpito! Va riconosciuto che il banchiere parigino, pur molto vicino a Bebear, fondatore di Axa dalla fusione di Compagnie du Midi, Uap e varie casse mutue, teneva a ribadire l’esigenza di difendere «l’italianità» di Generali. Diffidava soprattutto delle ambizioni di Allianz che in quegli anni aveva preso il controllo di Ras e del Lloyd Adriatico. Una comprensibile allergia all’invadenza della Germania riunificata negli Anni 90 era altresì dolorosamente radicata nella memoria della tragica fine dei suoi genitori ad Auschwitz. Nel 1999 egli ricordava con emozione le trattative che aveva condotto con il governo israeliano per il recupero delle polizze intestate alle vittime dello Shoah che le compagnie assicurative europee avevano disinvoltamente incamerato nel Dopoguerra.

Bernheim

Allontanato nel 1999 dalla presidenza di Generali proprio da Maranghi, alla scomparsa di quest’ultimo nel 2002 tornò alla guida del Leone grazie al forte appoggio di Bolloré e al suo peso in Mediobanca.

Berlusconi e Murdoch

La forte sintonia tra Bernheim e Bolloré è durata fino al 2010 quando il primo è stato sacrificato dal secondo sull’altare della fusione tra Unicredit, primo azionista di Mediobanca, e Capitalia che ha portato Cesare Geronzi alla effimera presidenza di Generali. «Sic transit gloria mundi», la gratitudine, in politica come nell’alta finanza, è merce rara. L’anziano banchiere non lesinò amare riflessioni all’indirizzo del suo ex protetto.

In realtà, dopo aver ricordato i percorsi comuni, vanno anche evidenziati almeno due elementi differenziali del contesto. Innanzitutto, mentre Bernheim apparteneva alla generazione dei grandi banchieri d’affari, artefici di fusioni, acquisizioni, partecipazioni e riassetti industriali altrui, Bolloré (come Arnault o Pinault) sono imprenditori che, anche per effetto del gigantismo «corporate» connesso alla globalizzazione ed all’innovazione, giocano partite oltre il limite dell’orizzonte. In secondo luogo, in Francia Bolloré è forte, lo era soprattutto con Sarkozy, lo è rimasto con Hollande e Valls, lo sarebbe con Fillon. Ma gioca su un terreno dove sono presenti altri pesi massimi del privato, con i rispettivi «reseaux» d’influenza, grandi banche ed infine lo Stato la cui mano nell’economia è avvertibile in via diretta (da Telecom/Orange alla Renault, ad Airbus) o attraverso politiche industriali ed indirizzi strategici.

Bolloré Bernheim

Viceversa in Italia, dai tempi di Bernheim la friabilità del sistema «corporate» e di quello politico ha superato i livelli di guardia tra cessioni, trasferimenti all’estero, passaggi generazionali spesso traumatici, propiziati e/o aggravati da una lunga recessione e dalla perdita della sovranità monetaria, sul cambio ed infine sulla politica di bilancio. Contrariamente all’opinione corrente, va ricordato che l’euro è una creatura francese, non tedesca, voluta da Mitterrand e Delors dopo la riunificazione e la crisi del 1992-96 tra Parigi e Roma sulle svalutazioni competitive della lira. La Germania si è limitata ad imporre all’euro le regole che governavano il Marco. È quindi comprensibile che le acquisizioni – i tanto invocati investimenti esteri (!) – si moltiplichino in un Paese reso fragile nella sua cultura imprenditoriale e nel suo sistema «nervoso», quello bancario e finanziario. Normalmente la nomina di manager stranieri segue il passaggio di controllo. In taluni casi, da Generali ad Unicredit, potrebbe averlo preceduto. Henri de Castries ha lasciato a settembre la guida di Axa per diventare l’ispiratore del programma economico di François Fillon nella corsa all’Eliseo ed è considerato da molti a Parigi il suo possibile primo ministro in caso di successo. Le redini della Compagnia sembrano essere tornate nelle mani dell’inossidabile Bebear, grande amico di Bolloré, con la nomina di un giovane tedesco, Thomas Buberl, a capo azienda. Secondo un fantascenario, Axa potrebbe trovare un’intesa per uno «spezzatino» di Generali con la stessa Allianz che oltretutto è anche azionista di Unicredit, dall’epoca dell’azzardata operazione Hvb/BankAustria, insieme ai noti Fondi esteri e alle Fondazioni di Torino e Verona.

I prossimi mesi diranno se «les jeux sont faits».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.