Le 5 cose che non sai sul TTIP, il trattato segreto USA-UE pt.1

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Oramai è un anno e mezzo che Europa e l’America lavorano sottobanco per perfezionare un accordo commerciale che farebbe diventare l’Unione Europea e gli Stati Uniti un’unica area commerciale, la più grande del mondo.

Bello no?

Non proprio, perché possono esserci delle implicazioni forti nella stra-liberalizzazione del mercato. E i pericoli principali, nemmeno a dirlo, li corre proprio l’UE.

1° cosa – Ma che cos’è il TTIP?

Non ne avevate mai sentito parlare? Non c’è da stupirsene. È completamente ignorato dalle televisioni e spesso anche dai giornali principali, che lo rilegano ad argomento di secondo piano, quando invece è di rilevanza strategica. Anche i parlamentari e i ministri sembrano ignorare l’argomento, come mostrato da una puntata di Report: [la pubblicità è del Corriere, non la si toglie]

 

Nel video, il Presidente del Consiglio lo definisce “vitale”, “una scelta culturale”. Gli industriali lo accolgono con grande entusiasmo, ma la realtà è che sull’accordo e sui punti (almeno la maggior parte) vige il più stretto riserbo.

TTIP sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership, cioè Accordo transatlantico sugli investimenti e sul commercio. L’obiettivo finale del trattato è quello, gradevole, di armonizzare i codici e le procedure, allineare i regolamenti tecnici (per esempio, in America i crash test sono molto più severi che in Europa e le macchine devono essere progettate in modo parzialmente differente), agevolare la circolazione di merci e l’abolizione di dazi doganali. L’economia internazionale ci insegna che ogni volta che il mercato viene lasciato libero di allocare le risorse come più gli aggrada, questo porta benefici. Quindi dazi che proteggono le produzioni interne, regole per tutelare le industrie nazionali e il lavoro anche quando è meno efficiente rispetto ad una produzione estera, ma viene protetto per garantire lavoro, fanno male: nel mondo ahi noi ce ne sono ancora tante, soprattutto in Paesi come Cina, Giappone,  Brasile, Norvegia, India, Australia, Russia, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Iran, Egitto, Mongolia, Corea del Nord, Tunisia, Marocco, Sud Africa, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qarat, Kuwait, Israele, Pakistan, Argentina, Peru, Venezuela, Canada, eccetra eccetra.

E pure Europa e Stati Uniti hanno le loro barriere doganali, benché soprattutto l’Europa sia tra quelle più aperte; quindi un abbattimento delle barriere tra i due Paesi (e solo tra loro due, s’intende) farà in modo di efficientare il sistema: le imprese improdutive, poco produttive e obsolete saranno spazzate via dalle più efficienti, e quelle più forti avranno accesso ad un mercato unico che vale il 50% del PIL mondiale.

Non una bella prospettiva per l’Italia, che si piazza sempre ultima nelle classifiche di produttività e che dall’apertura dei mercati ha tratto meno benefici di quel che sperava. I calcoli fatti dai vari dipartimenti dell’economia americani e dagli uffici economici dell’Unione hanno stimato un vantaggio medio sul PIL pro capite di 600 dollari per americano e 300 per europeo all’anno. Non è un caso sia la metà, l’Europa ha il doppio della popolazione degli Stati Uniti.

Quindi ci guadagniamo tutti. No? Guardiamo.

 

Documento promozionale TTIP

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2° cosa – La segretezza

Una cosa che ha lasciato spazio a molte critiche è stato il modo in cui la questione, rilevantissima, è stata trattata. Infatti da parte degli organi di informazione ci sono stati pochissimi approfondimenti, tanto che praticamente nessuno conosce anche solo l’esistenza della trattativa su questo accordo.

A marzo 2014 la Commissione Europea ha deciso di avviare delle consultazioni pubbliche per rendere più trasparente la decisione; Ha descritto l’evento con tono molto trionfalistico, «per la prima volta nella storia» accade che vengano pubblicate bozze di accordi di questo tipo e le «specifiche proposte di legge». Sono stati pubblicati sul sito alcuni testi, che hanno alzato ancora di più le critiche.

La trattativa però rimane completamente oscurata. I negoziati segreti sono accessibili solo dalla Commissione Europea (non dal Parlamento Europeo), dal Governo degli Stati Uniti (non dalle Camere) e dai gruppi di tecnici che formalizzano i punti. E qualche malalingua dice anche da avvocati che fanno presenti gli interessi delle grandi multinazionali, di cui l’America è sicuramente più ricca. Infatti, una cosa che sorprende, è che tra i documenti pubblicati dalla Commissione, lo spazio riservato alle PMI è del tutto trascurabile. In Europa, dove quasi tutte e tre le principali economie (in particolare Germania e Italia) basano il loro sistema industriale sulla piccola e media industria (la Francia si è spostata di più sulle grandi imprese, ma ha comunque un tessuto di PMI rilevante per la sua economia) questa mancanza lascia perplessi.

I DOCUMENTI PUBBLICATI E TRAPELATI DALLA COMMISSIONE SONO PRESENTI SUL SITO.

VAI AL LINK: MATERIALE RISERVATO DELLA COMMISSIONE EUROPEA E DEL GOVERNO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

 

3° cosa – I settori interessati e le minacce per il cibo made in Italy

I settori che il TTIP interessa sono quelli relativi a merci, servizi, appalti e investimenti.

Per quel che riguarda le merci, la situazione cambierà a seconda di come cambieranno le legislazioni sulle varie materie. Nei documenti c’è per esempio i cambi di normativa per le sostanze chimiche.

In linea generale si può dire che negli Stai Uniti la legislazione sia molto meno stringente che in Europa per la salvaguardia dei cittadini. In America se succede qualcosa, qualsiasi cosa, ti rivolgi ad un tribunale e ottieni un risarcimento. I film e la cronaca sono pieni di battaglie di cittadini contro aziende che ottengono risarcimenti strabilianti: questo perché la giuria è popolare ed è più facile che si faccia condizionare delle parti. In Europa, una cosa del genere è meno probabile, sia perché è differente l’impianto legislativo (civil law vs common law), sia perché, in Italia almeno, se avvii un processo per risarcimenti saranno i tuoi eredi, al massimo, a beneficarne.

L’impressione generale è che si vada verso una semplificazione all’americana, cosa pericolosa per i traguardi raggiunti in materia di sicurezza in Europa.

NB: l’Europa impone all’America meno dazi di quanti l’America non l’imponga all’Europa. I dazi tra le due parti, in media, sono al 4%: America 5% ed Europa 3% circa.

Una cosa che sorprende immediatamente è la presenza di una limitazione delle etichette e delle informazion sul cibo, perché “ostacolo al libero mercato“. L’Italia ha una delle legislazioni più stringenti al mondo per quel che riguarda la qualità dei suoi prodotti alimentari, tant’è che sono ai vertici delle classifiche mondiali per qualità organolettiche; I produttori italiani sono obbligati a garantire tutta una serie di informazioni al consumatore molto importanti: provenienza del cibo, metodi di coltivazione o alleavamento, tipologie di cibi dati, presenza o meno di sostanze chimiche, che fortunatamente siamo riusciti ad esportare anche in Europa, benché su alcuni punti si sia fatto marcia indietro su pressioni estere, tedesche in particolare (guardare il video, l’ultima intervista ad un allevatore).

Il cibo italiano è rimasto perciò ai vertici per qualità e sicurezza, e questo ha giovato enormemente alle nostre esportazioni alimentari. In Cina i cibi italiani vengono venduti a prezzi che sarebbero ritenuti “folli” per un italiano (Mukki, per esempio, vende un litro di latte all’equivalente di 4€ in Cina quando la gente in fabbrica ne prende 82 il mese, e ciò nonostante non riesce a star dietro alla domanda!).

Dai documenti pubblicati, con il TTIP scomparirebbero tutti i controlli di filiera. Durante una recente visita alla Mukki, mi venne detto che venivano fatti più controlli giornalieri sul prodotto arrivato dagli allevatori, da parte dell’azienda, della USL e dell’allevatore stesso (per evitare la presenza di batteri nocivi o inquinamenti del prodotto) e questo consentiva di fornire un prodotto di qualità. Controlli sulla filiera oggi sono comunque obbligatori, per tutelare la salute del consumatore. Con il TTIP questi controlli non sarebbero più effettuati, lasciando al mercato la capacità di scegliere e selezionare i migliori produttori.

Il mercato infatti espellerebbe i produttori di latte cattivo, perché dopo il 45° morto per intossicazione alimentare la gente smetterebbe di comprarlo. La teoria economica che ho studiato però non tiene conto della pratica, cioè del marketing: come può un consumatore, anche consapevole, sapere con precisione quale latte finisce nel suo tetrapak? Un’azienda potrebbe inventarsi una nuova linea di prodotti a marchio differente da quello “assassino” e continuare a vendere lo stesso prodotto. Mukki, per esempio, è fornitrice di alcune linee di latte con marchio terzo. Chi lo sa, tra i consumatori?

Inoltre il settore agroalimentare degli Stati Uniti è molto meno regolamentato e salutare, in generale, delle coltivazioni europee. È anche per questo che gli Stati Uniti hanno una vita media della popolazione sorprendentemente bassa (42° al mondo mentre l’Italia è 11°). Ed è difficile pensare che il trattato possa aumentare le regole in America. Le persone temono succeda il contrario. Inoltre gli OGM rientrerebbero nel mercato italiano quasi sicuramente, grazie all’ISDS. Che cos’è? È spiegato nel punto successivo.

 

[continua su Le 5 cose che non sai sul TTIP, il trattato segreto USA-UE pt.2 ]

 

12 Comments to Le 5 cose che non sai sul TTIP, il trattato segreto USA-UE pt.1

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