La web tax (Google News Tax) che colpirà tutti

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La web tax (Google News Tax) che colpirà tutti:

la web tax (Google News Tax) colpirà fortissimo l’editoria in un momento di grande difficoltà. Gli editori l’attendono come un regalo gradito, ma facciano attenzione: ci rimarranno con le dita prese.

Web tax. Tassa sul web. Tassare, pur di tassare. Mai tassare chi non paga. Meglio ingegnarsi a trovare nuove fonti di imponibile.

La web tax è un’idea che circola oramai da anni. L’accezione più recente (perché, ovviamente, è declinata in molte salse) è tassare Google News e obbligarla a pagare obolo agli editori per i contenuti che mette a disposizione degli utenti.

Nel febraio del 2014 Renzi aveva stoppato tutto, dopo che si era alzato un polverone enorme. Qui sotto il tweet.

Tweet contro la Web Tax, un anno fa

Tweet contro la Web Tax, un anno fa

Sarà l’età che avanza, sarà la necessità di bilancio, sarà la pressione della lobby editoriale, sarà che gli andava di metterla, fatto sta che

Il governo pensa di introdurre una “link tax” sul modello spagnolo e così indurre gli aggregatori di notizie a pagare un compenso agli editori per ogni indicizzazione di articoli e notizie. La misura potrebbe comparire nel disegno di legge sulla concorrenza che arriverà in Consiglio dei ministri.

scriveva Repubblica prima del milleproroghe.

Il modello spagnolo. Il modello spagnolo. Il modello spagnolo.

Il modello spagnolo!?

Il governo spagnolo ha introdotto l’obolo legale qualche tempo fa: Google non se ne è curata più di tanto. Alla fine Big G dalle News non ottiene ricavi particolari, se non offrire all’utenza una panoramica delle notizie principali. Quindi ha detto: se è così, ciao. E ha messo il servizio offline. E tipo si è scatenata la guerra civile, a cui hanno partecipato anche gli editori che chiedevano il compenso, perché il traffico internet è calato da un giorno all’altro del 10/15%, che vuol dire ricavi e margini.

Quindi a Madrid ci hanno ripensato, proprio a gennaio, anche se la situazione ancora è molto tesa.

In Europa c’è comunque chi si è mosso in direzioni simili.

In Francia la situazione si è sbloccata facendo versare a Google, che evidentemente è stato preso per un bancomat, un contributo una tantum e il servizio è continuato tranquillo nelle sue operazioni; In Belgio si è risolto con una più stretta collaborazione e in Germania, altro Paese che ha adottato misure simili, si è visto gli editori fare retrofront sul tema.

(Repubblica)

Questo perché Google offre un servizio gratis di informazione che avvantaggia gli editori stessi, con un certo senso di democraticità, visto che aiuta anche i medi e i piccoli, se riescono a scalare le posizioni delle notizie.

Intendiamoci: offre una pluralità di informazione, punti di vista, analisi che dà all’utente una visione ampia delle notizie trending.

La domanda che dovrebbero porsi i vari legislatori è: se Google News chiudesse i battenti, quale servizio alternativo potrebbe sostituirlo? Uno europeo? Come si recupererebbero i costi di transizione? In cosa differirebbe? E con che vantaggi per il consumatore? Gli editori, abbiamo visto, ci perdono un 10% secco di visite.

In Italia

Quindi in Italia l’applicazione di una “Google tax” farebbe una strage. Prima di tutto, gli editori.
Gli editori stanno soffrendo da morire il mercato, tanto che si sta ipotizzando in questi giorni una fusione tra i due principali gruppi editoriali del Paese, che farebbero nascere un colosso europeo (che sarà ben circuito dall’Antitrust) con in mano il 40% del mercato italiano. Amazon li ha messi alle corde, tra costi più contenuti, scelta maggiore, offerta agli autori di margini superiori (e quindi ottenendo esclusive), lucrando sulla tax planning, cioè pagando zero tasse in Italia.

Seconda poi, i lettori. I lettori rimarrebbero senza uno strumento valido, veloce ed efficiente, che reclamerebbero a gran voce. In Italia, sempre Repubblica dice:

“[la Google News tax] prevede l’obbligo ad un accordo commerciale con gli editori, pena l’apertura di un contenzioso presso l’AgCom oppure gestito direttamente dal dipartimento dell’editoria di Palazzo Chigi, prima che la tentata conciliazione si trasferisca in tribunale.”

La questione è comunque in fase di aggiornamento, quindi potrà cambiare. Il rischio che però Google News chiuda nel BelPaese è reale. Dovremo ricorrere al Google News ticinese?

 

 

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