I problemi del Paese: riforma RAI e Azzollini. Nel mentre, occupazione giù, emigrati in aumento

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AH! I PROBLEMI DEL PAESE!

In questi giorni concitati sembra che per le aule di Montecitorio si sia trovato il giusto guizzo per mettere qualche cosa a posto. “Le riforme“. Quella della RAI e della magistratura, con il caso Azzollini.

La riforma della RAI sembra essere diventata la battaglia per tirare su le sorti economiche di un Paese che si sta lentamente desertificando. Poco male che le terre del Belpaese siano diventate steppe incolte su cui marciano eserciti stranieri, a suon di acquisizioni (l’ultima, l’impresa della famiglia Pesenti, una big nazionale che è stata inglobata da un’altra tedesca, che ora formerà il primo gruppo mondiale), l’importante è la RAI. Poco male che l’FMI ci ricordi che, andando così*ci riprenderemo tra 20 anni. Veramente, poco male. I giornali ora sono intasati dal toto nomine del nuovo CdA nominato con la Gasparri, la legge scherzo che lottizza Viale Mazzini.

*(L’FMI dice che, se le cose andranno così, ci metteremo due lustri a tornare ai livelli del 2007. Ma non rimarranno così. Due domande: 1) Ora ci sono tassi di interesse ai minimi, un petrolio a buon mercato, nonché un euro debole. Ma nel momento in cui qualcosa dovesse cambiare, cosa succederebbe? 2) Noi arriveremo ai livelli del 2007. MA GLI ALTRI DOVE SARANNO?)

Non voglio nemmeno soffermarmi su cosa contiene la legge, né più di tanto sul caso Azzollini, che è stato salvato dall’arresto per chiare logiche di maggioranza. È talmente sconfortante che Roma protegga i suoi bubboni con così tanta dignità che non mi viene voglia di parlarne. A Settembre volerò in Francia, lì le cose sono diverse.

Intendiamoci: nessun Paese è limpido. Ogni governo ha le sue magagne e i suoi scheletri nell’armadio. Però c’è un’etica, una morale pubblica che fa sì che chi rivesta cariche istituzionali (fatte salve rare eccezioni) ponga avanti il bene del ruolo che ricopre al suo.

Autolesionismo? No. Pressione e opinione pubblica. Che in Italia è stata ammorbata da questa roba fino al punto di non poterne più: i tassi di astensione, oramai fisiologici (va a votare un italiano su due), dimostrano semplicemente che alla gente non interessa più che succede. C’è solo l’amara convinzione che le cose possano solo peggiorare.

C’era una volta Renzi

C’era una volta, qualche tempo fa, un uomo che dava l’idea di essere veloce, efficiente ma soprattutto efficace. Via dalla palude! Si muoveva a suoni di slogan in una campagna elettorale costante che ha dato risultati abbastanza buoni. E che ha fatto arrivare al governo un senso di speranza, di svolta.. che è stata tradita per l’ultima volta. La riforma più importante è stata quella degli 80 euro, il che la dice lunga. Ha sortito zero effetti sull’economia, ma a onor del vero ha portato qualche voto. Una logica da grande statista. Quella più sbandierata e combattuta, per far ripartire il mercato del lavoro, è stato il Job Act. Legge sul lavoro, in italiano. Sostanzialmente, dà meno diritti ai lavoratori e 8000€ a impresa, per 3 anni, per ogni lavoratore che l’impresa mette sotto quel contratto. Nota bene: se il lavoratore aveva un contratto differente, l’impresa lo licenzia, lo riassume e ottiene il bonus di 24 mila euro.

Può una cosa del genere aiutare un settore industriale che soffre una mancanza di competitività cronica? Ovviamente no.

Ma ciò non toglie la libertà ad alcuni esponenti del governo di dire la loro: “La disoccupazione cresce perché c’è la ripresa“. In America funziona al contrario.

(ANSA) – Lavoro: tasso disoccupazione sale al 12,7%, male giovani

Istat, disoccupazione giovani 44,2%, top da 77

A giugno il tasso di disoccupazione cresce rispetto al mese precedente di 0,2 punti, arrivando al 12,7%. Lo rileva l’Istat nei dati preliminari. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è aumentato del 2,7% (+85 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,3 punti percentuali.

Il tasso di disoccupazione giovanile sale al 44,2% a giugno e tocca il livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensile e trimestrali, nel primo trimestre 1977. La disoccupazione aumenta di 1,9 punti dal mese precedente, ma al tempo stesso si riduce il tasso di inattività di 0,2 punti fino al 74%.

A giugno ci sono 22 mila occupati in meno rispetto a maggio (-0,1%) e 40 mila in meno rispetto allo stesso mese del 2014 (-0,2%). Si tratta del secondo calo congiunturale degli occupati dopo quello di maggio (-0,3%). Ad aprile, invece, c’era stata una crescita dello 0,6%.

A giugno gli inattivi sono 131 mila in meno rispetto allo stesso mese del 2014 (-0,9%) e c’è un leggero calo anche rispetto a maggio (-0,1%). L’Istat osserva che l’aumento dei disoccupati negli ultimi 12 mesi (+85mila) è ”associato ad una crescita della partecipazione al mercato del lavoro, testimoniata dalla riduzione del numero di inattivi”.

[..]

Renzi, lavoro riparte per ultimo ma aspetti positivi  – “Il dato sull’occupazione continua ad avere aspetti positivi e negativi, straordinario ad aprile e poi negativo sia a maggio che giugno, che non pregiudica il segno più ma ovviamente dimostra che c’è ancora molto da fare”. Così il premier Renzi. E’ “abbastanza comprensibile perché l’occupazione è l’ultima cosa che riparte dopo un periodo di crisi”.

(ansa)

La verità è che il lavoro non dovrebbe essere l’ultimo a ripartire, ma il primo. Quello che l’Europa sta cercando di fare, ai danni del ClubMed, è di esportare un modello tedesco che è come uno specchietto per le allodole.
I tedeschi hanno fatto sì una svalutazione interna molto rigida, in barba a tutti i trattati europei (colpa nostra, nessuno glielo ha impedito) – vedi HARTZ e coordinamento europeo sulla legislazione del lavoro – ma hanno beneficiato enormemente dall’entrata dell’euro che ha contestualmente tagliato i prezzi dei beni tedeschi e alzato quello dei prodotti italiani. Poi vi raccontano che è tutto merito della produttività crucca (ma si scordano di dire che la  produttività è guidata anche dagli ordinativi.. senza ordinativi, la produttività te la scordi)  e che loro sono bravi, ma non è così.

Cercano ora di far fare svalutazioni interne agli altri Paesi, distruggendo il loro tessuto imprenditoriale, cosa che non solo non servirà a niente, ma farà ulteriori danni. Nel momento in cui tutti i Paesi saranno votati all’export come Berlino vuole, il valore dell’euro crescerà a dismisura. E i vantaggi di costo accumulati con anni di sacrifici saranno spazzati via in un paio di sedute della borsa. Chi si salverà? Il primo della fila. La Germania.

Quindi il lavoro dovrebbe essere il primo, per evitare una fine del genere. Fai crescere il mercato interno, la gente acquista, crescono le imprese. Se la gente non compra, le imprese chiudono. Servono scelte coraggiose controcorrente.

Nel mentre, tante persone scelgono di “votare coi piedi” e fanno come i migranti. Bagagli e burattini, dizionario e via verso un altro Paese, dove magari non c’è la RAI.

 

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