Futuro dell’Europa? Ancora nessun contrappeso alla Germania

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 Il 25 marzo 2017 si sono celebrati i 60 anni d’UE. Ok. Ma per cambiare le cose dal punto di vista sostanziale difficilmente basterà firmare un documento e stringersi le mani per i fotografi.

Facciamo un recap:

  1. Londra vuole formalmente uscire dall’UE.

  2. Roma non prenderà il posto di Londra nella diplomazia e conta quanto (se non meno di) prima.

  3. Parigi e Berlino continuano a fare il bello e il cattivo tempo.

  4. Soprattutto Berlino.

  5. Tra pochino Mario Draghi fa bagagli e burattini. Un certo Jens della Buba nel mentre sta facendo i test ai propri flap.

Mario Draghi, salvatore dei PIIGS

Mario Draghi, salvatore dei PIIGS

Succede che, allora, nessuno si è accorto nella Berlino Bruxelles che conta della dolosa miopia delle politiche economiche imposte su cifre tirate sostanzialmente a caso(Sole24Ore: Parla l’inventore della formula del 3% sul deficit/Pil: «Parametro deciso in meno di un’ora, senza basi teoriche») e tempo di smaltire il pranzo romano dei leader UE27, l’Ecofin o qualche altra istruita figura istituzionale europea tornerà a battere le nocche sull’uscio di Via XX Settembre (Ministero dell’Economia Italiano) per vedere di aggiungere un po’ di sangue e un goccio di lacrime alla manovra correttiva per i conti.

Succede poi che l’Italia abbia fatto di tutto di più per essere ripresa, negli ultimi anni. Proprio di tutto di più. Succede anche che poi il Governo italiano si trovi in questa situazione ridicola, in cui è radiocomandato a distanza – così dicono i più informati – dall’ex segretario di un partito politico (che al momento risulta normale cittadino), che si trova in mille beghe per i fatti suoi e, dicevo, il Governo non riesce ad esprimersi perché si sente la sedia ballare sotto le natiche.

Allora è difficile iniziare ad impostare quel che servirebbe all’Europa, cioè un contrappeso del blocco dei paesi sedicenti “core“, magari riiniziando proprio da quei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) in modo tale da avere un potere negoziale un po’ più incisivo rispetto a quello che nessuno ha avuto in questa era-Merkel (che non è nemmeno delle più avide, alla fine). E’ complesso allora che l’Italia si metta alla guida di una formazione in grado di rispondere pan per focaccia a chi si sollazza con paragoni poco eleganti citando alcol e mignotte in discussioni sulla situazione finanziaria del sud europa.

Altro che firme e controfirme.

(Ah! E poi, succede anche che Mario Draghi il 31 ottobre 2019 alzerà il sedere dalla Banca Centrale Europea.)

 

Europa, quale futuro dopo Roma

Il 25 marzo 2017 sarà ricordato come una splendida giornata in cui sole primaverile, una dichiarazione con 27 firme e l’assenza di incidenti in piazza hanno almeno per un giorno fatto dimenticare la profonda crisi che attraversa l’Unione europea, ad appena 4 giorni dall’inizio del doloroso processo che porterà all’uscita del Regno Unito e a quattro settimane dal primo turno delle temutissime elezioni presidenziali in Francia. Il governo di Paolo Gentiloni rivendica il ruolo di essere riuscito a celebrare i 60 anni del trattato di Roma con un programma per i prossimi 10 anni sottoscritto da tutti e 27 i paesi, mostrando cosi’ un “fronte comune” in vista del difficile negoziato con Londra.

Il lavoro dei diplomatici è continuato fino all’ultimo momento per permettere il risultato, che, soprattutto in confronto alla precedente celebrazione del mezzo secolo, nel 2007 a Berlino, che si era conclusa con una dichiarazione generica firmata solo dalle istituzioni e non dai paesi, è oggettivamente molto più solido. E’ vero che per ottenere il via libera dei paesi più “riottosi”, la Polonia soprattutto, è stato necessario limare il testo cambiando le parole che si riferiscono ai diversi ritmi a cui procederà, nei prossimi anni, l’integrazione comunitaria e togliendo i riferimenti a una politica di “genere”. Ma è anche vero che le quattro priorità (economia, difesa, società e sicurezza), sono state chiaramente delineate e che il coinvolgimento del Parlamento europeo nelle prossime fasi è stato sancito con chiarezza. “Sei mesi fa – ha detto il presidente di turno del Consiglio Ue, il premier maltese Joseph Muscat – in pochi avrebbero scommesso su questa unita’”.

Ma, si fa notare negli ambienti comunitari, minacciare la disgregazione dolosa dell’Unione in una fase storica così piena di difficoltà e problemi globali è autolesionista, e anche i paesi dell’Est sembrano averlo capito, almeno in occasione della celebrazione. E cosi’ Roma ha potuto orgogliosamente fare da splendido scenario alla firma sorridente dei 27 leader, con un contorno di aneddoti che vanno dalla penna con cui Jean-Claude Juncker ha firmato, macchiandosi di inchiostro le dita (la stessa usata 60 anni fa dall’allora premier lussemburghese  cristiano sociale come Juncker, Joseph Bech) al paradosso dell’accoglienza al Campidoglio, nella giornata europeista per eccellenza, da parte di una padrona di casa, il sindaco Virginia Raggi, che appartiene al MoVimento 5 Stelle, il partito euroscettico più temuto dall’establishment comunitario.

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