Elogio del Sushi Yen : Il debito/PIL nipponico (oltre 200%) non è un problema. Quello Italiano (130%) sì. Perché?

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Vito Lops, tramite Il Sole 24 Ore, nota come lo Yen benché moneta ancorata al sistema Giapponese, Paese più indebitato al mondo, sia considerato bene rifugio a differenza dell’euro. I vantaggi della stabilità? Può darsi. Quel che non viene considerato però è la base di tutti i ragionamenti sui debiti pubblici nazionali: le caratteristiche dei detentori. Il debito pubblico nipponico è detenuto quasi unicamente da cittadini (e istituzioni) giapponesi ed un suo taglio non andrebbe a colpire investitori esteri. In più, avendo la BOJ (Bank of Japan, collega di BankItalia – o meglio, BCE) che risponde alle influenze del Governo di Tokyo, il problema non esiste. Di fatto, gli interessi pagati tramite le cedole dei titoli non sono altro che un sistema parallelo di reddito sicuro per chi ha investito.

 

Quindi i rischi di shock sono estremamente limitati e, sulla moneta, impatta relativamente il potenziale cut o default (entrambi remoti) del debito.

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Giappone, Paese più indebitato al mondo ma primo rifugio durante le tempeste finanziarie

Vito Lops per IlSole24Ore

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Durante la tempesta finanziaria che ha colpito i mercati nei due giorni successivi allo “shock Brexit” la sterlina è stata venduta su larga scala. L’euro si è rivalutato sulla sterlina ma ha perso terreno nei confronti di dollaro e yen. Il dollaro si è rafforzato su sterlina ed euro ma si è indebolito sullo yen. Ergo, lo yen si è rafforzato su tutti. Dal 23 giugno – giorno in cui gli elettori britannici hanno detto al governo di fare le valigie dal condominio europeo – lo yen si è rafforzato del 6% sull’euro, del 3,5% sul dollaro e del 14% sul dollaro.

Lo yen ha ancora una volta dimostrato una prova di forza straordinaria confermandosi un bene rifugio al pari, se non più forte, dell’oro (il cui stutus, costruito in tempi di elevata inflazioni, in questo momento regge ma è messo a dura prova dalle crescenti pressioni deflazionistiche globali).

A una prima visione superficiale pare un ossimoro parlare di super-yen se si considera che il Giappone è in questo momento il Paese che ha il più alto debito pubblico del pianeta, in rapporto al Pil (siamo al 220% contro il 180% della Grecia e il 130% dell’Italia). Viene quindi spontaneo chiedersi come mai il Giappone è il Paese più indebitato ma anche il primo rifugio dove confluiscono i capitali internazionali nei momenti di panic selling.

Vale la stessa considerazione se si considera che il Giappone è da diversi anni la meta ideale per le operazioni di carry trade, attraverso cui gli investitori chiedono a prestiti soldi in un Paese dove il costo del denaro è bassissimo o nullo per poi investirli in un Paese che paga rendimenti più elevati, lucrando sulla differenza. In questo momento anche l’area euro ha i tassi azzerati e potrebbe essere presa in considerazione per le operazioni di carry trade. Ma non ce n’è: è la piazza nipponica ad essere considerata e utilizzata dagli investitori come “il bancomat mondiale” per le operazioni di carry trade, nonostante il debito pubblico sia pari al 220% del Pil contro il 90% di quello dell’area euro.

Come mai? «È un dubbio che si chiedono in molti. In realtà la ragione di ciò è legata a diversi fattori, tra cui un grosso risparmio privato che in rapporto al debito è il più alto del mondo – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. La stabilità della valuta e la politica fanno il resto. Ci sono anche ragioni culturali. I giapponesi sono le persone più dedite al lavoro al mondo e non esistono gli scioperi, ragion per cui il mercato percepisce il Paese come stabile. Poi esportano quasi tutti quello che producono e lavorano su settori strategici, come quello tecnologico». Questo ci aiuta a capire – come peraltro approfondito in questa analisi sui falsi miti che circolano sul debito pubblico – che l’ammontare del debito pubblico non basta per valutare la stabilità di un Paese. Andrebbe sempre ponderato per altri parametri: come ad esempio il tasso di risparmio privato, il livello dei consumi e degli investimenti di un Paese. Senza dimenticare il debito privato e il debito estero.

Quanto al carry trade, è evidente che il Giappone vanta lo status di “bancomat mondiale” degli investitori, anche in virtù del fatto che è stato il primo a piombare, ormai da oltre 15 anni, in deflazione e a convivere con un costo del debito bassissimo, quando non negativo (fino a 10 anni i tassi son negativi).

«Oltre alle riflessioni di carattere economico (solidità del sistema pur non essendo performante, storia del Paese, forza lavoro coesa ecc) uno dei motivi per cui lo yen si rafforza in momenti di difficoltà delle Borse è da ritrovare nel fatto che esso è stato utilizzato come divisa di finanziamento per permettere acquisti di attività legate al rischio. Non a caso infatti assistiamo a incrementi di valore dello yen (contro il dollaro americano, questo è il benchmark per valutare correttamente il livello di rifugio dal rischio) che variano di entità a seconda del fatto di trovarsi di fronte a situazioni di riduzione dell’appetito al rischio (rivalutazione più lieve) o di risk off completo (rivalutazioni violente) – spiega Matteo Paganini, analista di Fxcm -. Se pensiamo infatti di essere corti di yen in portafoglio per sfruttare i bassi costi di finanziamento al fine di acquistare attività finanziarie legate al rischio (per lo più borse) ci posizioniamo a favore della politica monetaria giapponese e dunque, in caso di svalutazione ulteriore dello yen (ben desiderata dalle autorità locali), siamo tendenzialmente profittevoli e possiamo sfruttare eventuali risalite del listini (causate dai massicci flussi in entrate, che per i grossi fondi seguono tutti le stesse logiche). Nel momento in cui dovessero accadere degli eventi che agiscono sul livello di appetito per il rischio, ci si ricopre dalle posizioni lunghe di borsa andando a girare la liquidità sugli yen prima presi a debito, esponendoci a possibili svalutazioni della divisa che però, a causa dei grossi importi che seguono il ragionamento suddetto, potrebbe comunque essere caratterizzato da forza relativa importante che, anche se dovesse portare a periodi di overshooting importanti, non andrebbe a pesare sulle posizioni corte di yen, in quanto chiuse contestualmente all’uscita dai listini».

Alcuni sostengono in realtà che la rivalutazione dello yen durante le fasi di tempesta sia imputabile a fattori tecnici, legati proprio al carry trade. Quando un investitore apre una posizione di carry trade in Giappone (chiede cioè un prestito in yen) “costringe” l’intermediario a vendere allo scoperto (posizione short) yen per coprire l’operazione. Nel momento in cui l’investitore chiude l’operazione, l’intermediario chiude la posizione short e quindi tecnicamente acquista yen. Quindi una parte della risalita dello yen potrebbe essere imputabile alla chiusura di posizioni di carry trade, che si accentua durante le fasi di tempesta. Non esattamente un segnale da bene rifugio. «Questo fattore tecnico è vero ma tra i due effetti predominano gli acquisti come bene rifugio – continua Longo -. Con i tassi così bassi nella zona euro, anche sulla moneta unica è possibile fare carry trade. Però nonostante tutto i movimenti sullo yen predominano. Questo vuol dire che lo yen, è considerato oggi una valuta molto più stabile. A dispetto dei luoghi comuni sul debito».

twitter.com/vitolops

29 GIUGNO 2016

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