Il deserto “degli tagliani”. Cosa resta all’Italia del suo patrimonio industriale?

By -

Come ogni volta, dopo l’ennesimo saluto di un big player, ci si interroga non troppo sul perché, ma sul che resta. E MF ci accompagna, come il fantasma del Natale passato, nel ripercorrere tre sorprendenti operazioni volontarie di uscita dal Paese. Pirelli. Cementir. Luxottica.

Dopo Luxottica, quel che resta delle grandi imprese familiari italiane

Milano Finanza

 

Piazza Affari continua a perdere grandi aziende. E’ ora che si quotino brand di richiamo internazionale come Armani, Ferrero ed Esselunga

Pirelli, Italcementi e, infine, Luxottica: tre modalità differenti per studiare e definire la successione familiare in seno ad alcuni dei principali e storici gruppi italiani quotati a Piazza Affari. Il tutto, ovviamente, in attesa di capire come finirà la guerra di posizione tra Vincent Bolloré e Silvio Berlusconi su Mediaset. Dopo che, tra l’altro pure uno dei brand storici del made in Italy alimentare, Parmalat, è definitivamente volato Oltralpe.

Ma andiamo con ordine.

Marco Tronchetti Provera, dominus di Pirelli con una quota di capitale minima, da anni cercava un futuro al gruppo degli pneumatici. Ci aveva provato dapprima con il fondo Clessidra del defunto Claudio Sposito (oggi i proprietari del fondo di private equity sono i Pesenti, guarda caso), poi coi russi di Rosneft e, infine, col riuscito matrimonio d’affari con i cinesi di ChemChina. Quest’ultima intesa ha visto l’imprenditore milanese mantenere e concentrare nella sua figura i poteri dirigenziali e decisionali, ma ha di fatto trasferito il controllo di Pirelli in Asia. Ovviamente, in un business come quello dell’automotive, il mercato su cui puntare per continuar a crescere e svilupparsi è proprio quello del Paese della Grande muraglia. Lo sanno bene i costruttori americani ed europei, tedeschi in testa. Il prossimo passaggio sarà rappresentato dal ritorno in borsa, atteso per il 2018, dell’azienda della Bicocca che vedrà comunque Tronchetti Provera scegliere il suo successore. Figura che non sarà probabilmente cercata nel ramo dinastico familiare. Ma che probabilmente avrà un’impronta cinese.

Se Tronchetti ha scelto un socio forte, mantenendo un ruolo centrale nella governance, i Pesenti invece hanno deciso di passare decisamente la mano. Accettando l’offerta, e la successiva opa del big tedesco Heidelberg Cement, i proprietari della bergamasca Italcementi hanno optato per l’uscita di scena definitiva da quello che oggi è il secondo gruppo su scala mondiale nel business del cemento. Certo, si dirà, gli imprenditori lombardi sono comunque azionisti di peso, con una quota attorno al 5%, dell’agglomerato, ma sono fuori dalla stanza dei bottoni. Evidentemente il padre Giampiero e il figlio Carlo hanno valutato che questo fosse il modo migliore per valorizzare l’azienda, evitando così eventuali diatribe in seno alla famiglia. E comunque si sono portati a casa un gruzzoletto di quasi 1 miliardo che hanno già in parte reinvestito, circa 200 milioni, per acquisire Clessidra, ovvero quello che era il primo operatore nazionale del private equity e che ora va ripensato con nuovi capitali (raccolta di 607 milioni) e strategie. Ma è tutto un altro mondo, tutt’altra cosa che gestire cantieri e appalti.

Infine, come emerso all’alba di oggi, il terzo caso: Luxottica. Leonardo Del Vecchio, invero, ci è arrivato con un percorso articolato, non facile, anzi semmai tortuoso e assai costoso. Un processo avviato dopo la separazione non tanto consensuale con lo storico ad, Andrea Guerra (si è portato a casa una dote superiore ai 100 milioni), l’interregno brevissimo di Adil Mehboob-Khan (ha comunque instacato 20 milioni per un anno e mezzo di lavoro) e il ritorno sulla tolda di comando dello stesso fondatore e primo azionista del numero 1 mondiale dell’occhialeria. Un rientro che ha poi portato negli ultimi due anni alla fuoriuscita di quasi 20 manager e alla promozione dell’ex consulente esterno, Francesco Milleri, oggi vice-presidente.

Il Paperone di Piazza Affari (come certificato dall’annuale inchiesta di MF-Milano Finanza) ha deciso, probabilmente dopo lunghe riflessioni, di legarsi alla francese Essilor. Un matrimonio d’affari che si spiega anche quale solida frontiera per evitare la sempre più spietata concorrenza del web e dell’e-commerce ma che cela anche un disegno strategico, soprattutto per quel che riguarda la successione in seno all’impero Del Vecchio. Perché se la holding lussemburghese Delfin avrà il 31-38% e sarà il primo socio dell’aggregato EssilorLuxottica è altrettanto vero che in cda i pesi saranno bilanciati: otto consiglieri per il fronte italiano e otto per quello transalpino. Per di più se il patron Del Vecchio è presidente operativo è altrettanto vero che il numero 1 attuale della società francese sarà vice-presidente operativo con pari deleghe e poteri. E in più, Luxottica dirà addio alla borsa italiana. E la sede sarà a Parigi, città amata dall’ex Martinitt da dove tra l’altro controlla, attraverso Foncière Des Régions, la prima siiq del mercato italiano, ovvero Beni Stabili.

Infine, non va dimenticato che il controllo di Delfin è tutt’altro che semplice: la proprietà della cassaforte è suddivisa tra Del Vecchio e i suoi sei figli, nati da tre unioni differenti. Eredi che non condividono la stessa linea gestionale e operativa, al punto che proprio per garantire un futuro al colosso degli occhiali, lo stesso patron dovette intervenire per rivedere la governance di Delfin, dove il figlio primogenito, Claudio, proprietario del brand di moda Brooks Brothers è di fatto equiparato ai cinque fratelli, mentre magari in cuor suo sperava in futuro di diventare il capo-azienda.

Queste tre scelte industriali, fatte da Tronchetti Provera, Pesenti e Del Vecchio, delineano ancora una volta la difficoltà del capitalismo italiano di trovare, al suo interno, l’erede o gli eredi designati. Solo Carlo De Benedetti di fatto ci è riuscito distribuendo quote e poteri tra i tre figli (Edoardo, Marco e Rodolfo). Il caso di cronaca oggi più eclatante, perché tutto da definire, è quello della famiglia Berlusconi.

L’attacco diretto e sfrontato di Vincent Bolloré ha messo il fondatore, Silvio Berlusconi, di fronte a una scelta precisa: continuare a dare fiducia a figli, in questo caso Pier Silvio (per Mediaset) o ritagliarsi un ruolo di secondo piano, come azionista forte ma non di controllo di un aggregato più ampio e su scala europea? Stessa cosa dicasi per Esselunga. Il big della grande distribuzione ora è a un bivio, dopo la scomparsa del co-fondatore, Bernardo Caprotti. I due rami della famiglia la seconda moglie Giuliana Albera e la terza figlia Marina Sylvia hanno la maggioranza dell’azienda, mentri ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta è andato solo il 30% – dovrà cercare e trovare nuova coesione, onde evitare di finire fagocitata dai colossi europei, francesi (Carrefour) oppure olandesi (Ahold).

In tutte queste partite familiari a rimetterci, soprattutto nei casi Pirelli, Italcementi e ora Luxottica, è soprattutto Borsa Italiana che continua a perdere appeal e soprattutto aziende di spessore e rilievo, amplificando sempre più l’immagine di listino secondario, tanto più che a breve perderà pure Parmalat, dopo l’opa totalitaria della famiglia francese Besnier. A Piazza Affari serve nuova linfa, nuova vitalità. E servono anche brand di richiamo internazionale. Mancano insomma le Ferrero, le Armani, le Esselunga di turno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.