Dati disoccupazione: ma la disoccupazione è aumentata o no? Spiegazione del litigio sui dati che c’è ogni mese

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Dati disoccupazione: ma la disoccupazione è aumentata o no? Spiegazione del litigio sui dati che c’è ogni mese

È oramai qualche settimana, dopo l’introduzione del Jobs Act, che governo e istituto nazionale di statistica litigano sui dati dell’occupazione. Il primo rivendica aumenti astronomici, il secondo certifica una lieve, ma costante da anni, retrocessione degli occupati, con effetti tragici sull’economia. Dove sta quindi la verità? La verità sta nel comprendere come funziona l’elaborazione dei dati.

Renzi-worried

Renzi-worried

L’ultimo censimento dato in pasto al pubblico è dell’INPS:

(www.ilmessaggero.it)
Lavoro, Inps: +24% contratti a tempo indeterminato in tre mesi.
Nei primi tre mesi del 2015 sono stati quasi 268.000 i rapporti di lavoro istaurati con l’esonero contributivo previsto dalla legge di stabilità. Lo fa sapere l’Inps sottolineando che 206.786 sono state le assunzioni a tempo indeterminato e 61.184 le trasformazioni di contratti a termine. Il numero più alto si è avuto a marzo (115.317). Attivati oltre 1,33 mln di contratti di lavoro mentre i rapporti cessati sono stati 1,012 mln con un saldo positivo di 319.873 unità (+138% sul 2014), fa sapere l’Inps spiegando che tra gennaio e marzo 2014 il saldo era stato attivo per 134.217 unità. Le assunzioni a tempo indeterminato sono state 470.785: +24,1% sulle attivazioni 2014.”

Con questi dati il governo ha subito acceso i fuochi d’artificio, anche se con malsimulata umiltà.

Sembrerebbe che effettivamente ci siano stati 206 mila contratti in più. Una cifra enorme, per i periodi in cui siamo. Solo 61mila le trasformazioni. La realtà è che probabilmente anche i 206mila contratti sono composti da riorganizzazioni delle aziende, che ottengono vantaggi ad assumere lavoratori non inseriti nell’organico in maniera formale, collaboratori, vecchi dipendenti. Il carico contributivo viene spostato sulla fiscalità generale (cioè voi pagate gli accantonamenti per le pensioni tramite le tasse) e quindi l’azienda risparmia enormi quantità di risorse.

Questo gonfia perciò i dati dell’INPS, che registra i contratti nuovi, ma non inganna l’ISTAT che piuttosto chiede: tu, un lavoro, ce l’hai? Se ce l’avevi già, il passaggio non conta. Se non ce l’avevi e te lo ritrovi, lo rileva. Altrimenti no.

E finché continuerà questa pantomima delle cifre per prendere in giro, senza una reale chiarezza sulla situazione attuale (probabilmente l’ISTAT è la più affidabile), sarà complesso anche elaborare strategie per far ripartire questo Paese. Quindi, sì, c’è ancora da fare.

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