Cosa ci dice la rivalutazione del franco svizzero

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C’è una notizia che ha scosso i mercati finanziari. Viene dal Paese considerato da tutto il mondo come un esempio di sicurezza, affidabilità e riservatezza per gli investimenti: la Svizzera. Il grafico che segue è quello che indica quanti franchi svizzeri compri con un dollaro.

In fondo alla figura (interattiva) c’è una frana: che è successo?

 

La Svizzera ha sganciato con un comunicato il valore della sua moneta dall’Euro.

La prima frase è lapidaria: “La Banque nationale suisse (BNS) abolit le cours plancher de 1,20 franc pour 1 euro.

Thomas Jordan, banchiere centrale svizzero, aveva detto a chiare lettere che avrebbe difeso il valore del franco a 1,20 sull’euro. Questo valore non era affatto fissato dal mercato, era una decisione della banca centrale svizzera, che aveva deciso di mantenere quel tasso di cambio e tecnicamente comprava e vendeva franchi per euro nella misura necessaria a mantenere stabile quel livello. Questa scelta, presa nel 2011, quando forti erano le pressioni speculative sull’euro e le aspettative sulla sua svalutazione, serviva a tutelare l’industria e le esportazioni elvetiche: se il cambio fosse stato affidato al mercato, il franco svizzero si sarebbe progressivamente rivalutato sull’euro, e le merci dei produttori europei sarebbero diventate sempre più competitive rispetto a quelle svizzere.

Con le crescenti aspettative del quantitative easing di Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, gli speculatori hanno iniziato a mettere di nuovo sotto pressione la moneta unica, facendone calare il valore; si può vedere nel grafico in fondo il calo molto vistoso.

Un Quantitative easing europeo, che consiste nello stampare moneta (elettronica, cioè copia incolla) per immettere liquidità sui mercati a ritmi sostenuti (quello della Federal Reserve americana, la banca centrale degli Stati Uniti, stampava 80 miliardi di $ al mese), avrebbe a questo punto abbattuto ancora di più il valore dell’euro – e avrebbe trascinato verso il basso il valore del franco. Questo per Jordan era diventato inaccettabile, quindi ha salpato l’ancora e ha salutato la moneta unica. Inoltre la Banca Centrale ha deciso di abbassare i tassi sui depositi di altro mezzo punto, portandoli da -0,25% a -0,75% (cioè, paghi la banca centrale per depositarci i liquidi).

Con pesanti conseguenze. Leggendo al contrario  il grafico in alto del franco (CHF, il primo),  si nota infatti l’esito immediato e inevitabile di questa scelta, ossia la rivalutazione. I franchi adesso costano di più: con la stessa quantità di euro o dollari, puoi comprarne meno di prima. Quindi con la stessa quantità di euro o dollari puoi comprare meno merce svizzera di prima. I prezzi relativi delle merci svizzere sono aumentati. Questa è una disdetta per chi produce ed esporta, perché inevitabilmente venderà di meno, e questo è il motivo per cui l’indice di borsa SMI ha perso capitalizzazione in percentuali a due cifre per giorni di fila. Il presidente della Swatch, affranto al pensiero delle quote di mercato mondiale che si appresta a cedere ai concorrenti, ha dichiarato che questa rivalutazione improvvisa è “uno tsunami“.

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Perché è stato fatto, allora? È stato fatto per tutta una serie di motivi e forse manine nascoste, entrate dalla porta sul retro, quella nascosta alla vista.

La ragione immediata è che la Banca Centrale Svizzera ci stava rimettendo troppo.

Per difendere la parità a 1,20 la Banca centrale svizzera doveva fare le cosiddette operazioni “di mercato aperto”. Doveva cioè, come dicevamo, comprare o vendere moneta. Una moneta, infatti, è una merce come tutte le altre. Se è molto domandata, il suo prezzo (valore) sale, se tutti la vendono il suo prezzo scende. Poiché molta gente da tutto il mondo porta i propri soldi in Svizzera (cioè compra franchi), il prezzo/valore del franco tende ad essere alto, molto più alto del valore 1,20 sull’euro. Per mantenerlo a questo livello, la Banca centrale svizzera doveva dunque vendere franchi (abbassandone il prezzo) e comprare euro (alzandone il prezzo).

 

Questo è quanto Berna andava facendo da oltre tre anni: impegnare le proprie riserve vendendo una moneta buona (la sua) per acquistarne giorno dopo giorno un’altra (l’euro) meno buona. Oppure, il che è lo stesso, barattare una merce buona con una meno buona, e senza nemmeno chiedere che quest’ultima costasse meno, anzi facendo di tutto per mantenerne il prezzo alto.

Perché gli svizzeri, la cui capacità di stare sui mercati è leggendaria, facevano una cosa del genere? La risposta l’abbiamo data poco fa: perché ritenevano nel loro interesse proteggere il proprio export. La bolletta che pagavano era quella che consentiva di migliorare la competitività di prezzo delle proprie merci e limitare quella delle merci europee,  su un mercato comunitario che da solo assorbe più della metà dell’export svizzero. Ma con le attese di svalutazione dell’euro legate al quantitative easing della BCE, questa bolletta sarebbe diventata spaventosamente alta. Troppo anche per gli svizzeri, con buona pace del presidente della Swatch.

 

Secondo punto: il franco non può perdere troppo valore, altrimenti la Svizzera smetterebbe di essere la Svizzera

Il secondo motivo sta nel rovescio della medaglia. Non è che rivalutare sia meglio di svalutare: se si rivaluta oppure si svaluta si hanno vantaggi e svantaggi, per l’appunto opposti. Se si svaluta (come in pratica ha fatto la Svizzera dal 2011 tenendo artificialmente basso il valore del franco) si esporta di più perché le proprie merci costano meno, ma si spende di più a importare: se la propria moneta ha un valore più basso, ce ne vorrà infatti di più per comprare petrolio saudita, champagne francese, moda italiana.

Ogni paese che governa la propria moneta si trova sempre di fronte a questo trade-off, e deve fare una scelta, calcolando cosa gli conviene di più. Ma la Svizzera non è affatto un paese normale: se ogni cittadino svizzero è mediamente tre volte più ricco di un siciliano o di un napoletano (ma anche un quarto più ricco di un tedesco) è perché la Svizzera ha una gigantesca infrastruttura finanziaria e detiene i capitali di buona parte delle élites del Pianeta. Ogni volta che si accende un conflitto nei mercati finanziari o nella politica, vagoni di ricchezza prendono la via della Svizzera: vagoni di euro da inizio decennio con la crisi dei debiti sovrani dell’area euro, per esempio, oppure vagoni di rubli in occasione della crisi russo-ucraina e delle sanzioni anti-Putin.

Tutto questo dipende oramai da un fatto prevalentemente reputazionale: la Svizzera è la Svizzera e per i ricchi del mondo è lì che bisogna ricoverare i propri quattrini.

Ma questi quattrini dovranno pur rendere qualcosa! E non dovranno perdere il loro valore! Questo però era proprio quello che sarebbe successo mantenendo ancora in vita il matrimonio innaturale fra franco ed euro. L’euro aveva cominciato a svalutarsi rispetto al dollaro, quindi anche il franco, agganciato all’euro, si svalutava verso il dollaro. Con il quantitative easing prossimo futuro, l’euro sarebbe crollato ancor più rispetto al dollaro, e lo stesso avrebbe fatto il franco svizzero. E per qual motivo il mondo avrebbe dovuto continuare a portare i suoi capitali verso una moneta debole?

Diciamolo francamente: il franco svizzero potrà prendersi qualche vacanza, ma non può essere una moneta debole! Altrimenti non può più essere la valuta della Svizzera! In altre parole, dopo un periodo nel quale le esigenze degli industriali sono state tenute di conto, gli interessi della finanza – la vera, autentica specializzazione svizzera – sono tornati prevalenti.

 

E che si tratti di un conflitto di interessi fra gli attori economici della produzione e della fionanza appare chiaro alla luce di quello che sta accadendo nella patria dell’orologio a cucù e del segreto bancario. I tecnici della Confindustria svizzera ipotizzano una contrazione del PIL nazionale dello 0,7%, cosa che  noi italiani oramai non fa alcuna impressione ma che da quelle parti è inaudita. Gli industriali stanno salendo sulle barricate,  Nestlé ha minacciato una delocalizzazione in altri Stati dell’Unione per contenere i costi, le aziende manifatturiere hanno iniziato a ragionare di taglio del costo del lavoro per mantenere la competitività, e quindi anche dei compensi. Nubi sull’orizzonte di quella che sembrava l’isola felice dell’economia mondiale.

 

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