Come ti peso università! Come pesare l’università senza discriminare gli studenti

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La pubblica amministrazione potrebbe discriminare in base al peso università le classifiche di accesso per i posti pubblici: cioè, se esci da una certa Università pesi 100, da un’altra pesi 30.

La “riforma” presentata da un certo Meloni del Partito Democratico, che poi ha subito detto di non averla scritta lui (me l’ha cambiata il governo, governo ladro!), ha scatenato polemiche enormi.

Che ci sia una differenza di preparazione notevole tra Nord e Sud, 50 sfumature di latitudini, è tutto fuorché in dubbio. È vero. Da una parte si esce con voti più alti, e i maliziosi dicono con conoscenze minori, dall’altra con voti più bassi e, sempre gli stessi dicono, con conoscenze migliori.

A riprova del fatto che al Nord si studi meglio (in termini di qualità dell’apprendimento) spesso viene corroborato da ricerche che mostrano come in termini occupazionali uno che si laurea a Milano trovi prima posto che a Caltanissetta. Il ché è tautologico, vista l’endemica crisi economica che attanaglia il Sud. Quindi direi che questo non può essere preso a riferimento per una eventuale valutazione di merito.

Può essere presa in considerazione, però, la distribuzione delle votazioni. Posto che la preparazione delle università segue la gaussiana, più o meno, si nota come al Nord le votazioni siano più basse (voto medio di uscita) mentre al Sud tremendamente più alte.

Questo pone un problema per i concorsi pubblici: se Milano vale come Palermo, dove le differenze di voto registrate sono molto forti (a Giurisprudenza, per esempio, dove in Lombardia in media ci si laurea con meno di 100 a Palermo la media è tra 100 e 110), gli abitanti del Sud Italia surclasseranno sempre i loro compatrioti nordici in ogni concorso.

E qui la norma per cercare di arginare il fenomeno.

Il punto è che valutare l’insegnamento è molto complesso, e richiede delle semplificazioni nei processi di valutazione molto forti. L’insegnamento è qualitativo, non quantitativo. Tu puoi avere 30 cfu a libretto di un qualcosa, ma non è sinonimo, ufficiosamente, che tu quella cosa la sappia bene. Anche se prendi 30: la ben nota botta di sedere è un esempio.

ANVUR SERIE A UNIVERSITAIl Fatto Quotidiano riporta:
“In pratica, secondo la proposta a firma del deputato Pd Marco Meloni, se ci si laurea con 110 e lode in un ateneo o in un corso di laurea dove la percentuale di laureati con questo voto è, ad esempio, dell’80 per cento, il punteggio assegnato per l’accesso a un concorso pubblico sarà inferiore a quello di chi ha avuto lo stesso voto in un’università dove solo il 20 per cento ha preso il massimo”.

 

La soluzione che consiglierei io per applicare il medoto (e che non è la soluzione al problema)?

La statistica dei percentili

Molto semplicemente, si dà per scontato che (per la legge dei grandi numeri) le preparazioni delle università siano tutto sommato equivalenti, in termini qualitativi – grossa approssimazione, ma non si può fare altrimenti.

Fatta questa premessa, si controlla la distribuzione delle votazioni di laurea e le si normalizza rispetto alle altre. Si aggiustano i percentili e si ricalibra il voto di laurea in modo standardizzato rispetto ad altri corsi di laurea di altri atenei. NB: bisogna guardare ai singoli corsi, non all’Università nel suo complesso. Ogni ateneo ha corsi differenti di differente qualità.

Così facendo il 110 di un’università che ha  come voto medio 104 varrà meno rispetto ad un 110 di un’università in cui il voto medio è 82.

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Ma è un’ingiustizia! Io mi sono impegnato nella mia università per ottenere quel 110, che ne so come studiano altrove. Chi ti dice poi che di là la media non sia 82 semplicemente perché sono un branco di debosciati?

È una ingiustizia. È vero. Hai ragione.
È una ingiustizia, però, far finta di niente e continuare a sostenere che le università valutino in modo uguale quando questo non è vero.

Entrambe le scelte sono opinabili e necessariamente avvantaggiano qualcuno piuttosto che qualcun’altro. Nello specifico, voti uguali come ora avvantaggia il Sud Italia, la nuova proposta il Nord. E, con questa soluzione, sarebbe sicuramente avvantaggiato il Nord, perché la situazione è tale per cui qualunque ricalibrazione difficilmente aiuterebbe chi sta sotto Roma.

Discriminare le università dovrebbe far riflettere sul valore legale del titolo di studio, argomento di cui ho discusso in una simulazione parlamentare chiamata Democracy, a Roma. E, curiosamente, avevo pensato all’inizio a qualcosa di simile per l’accesso ai concorsi pubblici.

Il valore legale parifica i titoli e li mette uno uguale all’altro. Sta allo Stato controllare che le Università insegnino bene. Non è suo compito valutare se il 110 è un 110, deve assicurarsi che i metodi di insegnamento che hanno portato quel 110 ad essere tale siano congrui tra università. E negli anni questo non è stato fatto.

Come risolvere la situazione allora?

Il Peso università può essere una strada, benché molto scivolosa. La ritengo leggermente meno conveniente del valore parificato perché rischia di essere più discriminante che com’è oggi. Senza considerare le implicazioni costituzionali che Università A e B avrebbero.

Bisognerebbe:

  • Iniziare un percorso di rifinanziamento delle Università, con percorsi dedicati agli atenei pubblici che dimostrano queste “asimmetrie valutative” molto forti e capirne i motivi, benché noti.
  • Se intenzionati, iniziare ad applicare questa regola per i laureati che concluderanno i percorsi tra almeno 5 anni, per evitare cambi in corsa per chi sta studiando.
  • E domandarsi come valutare uno che fa 4 anni di giurisprudenza nell’ultima università della classifica ANVUR, con voti altissimi, poi passa alla prima e si laurea con un voto buono.
  • Introdurre il programma di finanziamento studentesco per consentire a tutti di spostarsi ove preferiscono e avere la possibilità di fare l’università che vogliono. Perché altrimenti, un Peso Università sarebbe discriminante e tombale per l’istruzione al Sud.

 

 

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