Come aumentare investimenti esteri in Italia pt.1

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Come aumentare gli investimenti esteri in Italia?

Si sta cercando da tempo in Italia di aumentare gli investimenti diretti esteri, IDE.

L’attenzione generale si è concentrata sul costo del lavoro, sul cuneo fiscale, e sulle rigidità in uscite, accusate di essere un freno per l’economia. Sono state fatte intere programmazioni televisive, palinsesti e approfondimenti su questi argomenti, finché il Governo, dalla montagna di intenti ha partorito alcuni topolini, tra cui il più grosso è l’agevolazione in uscita dal posto di lavoro, cioè è più facile licenziare.

Alla fine del 2014 sono arrivate le congratulazioni, la Germania era stata superata: siamo più flessibili di lei. Un grande risultato, parrebbe. Chi verrà ora ad investire in Italia? Al momento la lista rimane vuota.

Infatti anche l’Unione Europea è rimasta abbastanza fredda di fronte alla riforma del lavoro. Troppo poco coraggiosa? Forse poco necessaria, in realtà. Le riforme che Bruxelles vuole sono altre. E quelle sì che dobbiamo farle per noi e non perché ce lo impongono altri.

Fatto sta che, a parte la grancassa della riforma del lavoro come necessaria perché “il sistema di protezioni è antiquato e iniquo“, una testata online scopre un articolo di un quotidiano importante che a sua volta fa una scoperta molto interessante: l’Hunffington Post fa riferimento ad un altro articolo de La Repubblica, che parrebbe aver scoperto l’indicibile:

L’Italia – prima però dell’ultimo intervento legislativo del ministro Poletti che ha liberalizzato i contratti a tempo, abolendo le causalità e consentendo tre proroghe in cinque anni – è (era, probabilmente) poco sopra la media Ocse: 2 contro 1,75 [parliamo qui di indice di flessibilità del mercato del lavoro, ndr]. Ma ben più rigida è ancora la Francia (3,63), mentre la Germania si colloca esattamente un punto sotto l’Italia. La Norvegia è a 3 come la Spagna.

Il titolo dell’articolo sul quotidiano del gruppo L’Espresso fa: “contrordine OCSE: Il mercato del lavoro in Italia è meno rigido che in Germania“. Risale al 25 settembre 2014, e sembra aver fatto una scoperta interessante. Il cruccio era che l’OCSE aveva frainteso il TFR e lo considerava un indennizzo di fine rapporto. Una liquidazione, senza considerare gli ammortamenti annui e i risvolti tonificanti per le imprese, che potevano fare (e possono tutt’ora per quelli che hanno deciso di lasciare il TFR in azienda) autofinanziamento da costi. Poi se ne sono accorti su segnalazione del Ministero del Lavoro e di Bankitalia, sono partite le lettere di scuse e le rettifiche. Quindi non è proprio dall’altro ieri che si sa che l’Italia un mercato del lavoro più flessibile.

Ma io ho fatto una scoperta più interessante! Lo stesso quotidiano lo scriveva già nel 2012! E con lo stesso titolo!

Licenziare i dipendenti è già possibile
l’Ocse: siete tra i più flessibili al mondo

Come liberarsi della manodopera in esubero: la Germania è il Paese più rigido, gli Usa non pongono ostacoli. Ma nella classifica degli economisti di Parigi la nostra legislazione è considerata assai poco vincolante

di PAOLO GRISERI

(05 gennaio 2012)

http://www.repubblica.it/economia/2012/01/05/news/licenziamenti_possibili-27610617/

E posso immaginarmi a inizio anni 2000 fosse venuto fuori un articolo su un errore così grossolano da parte dell’OCSE: non possono non averlo scritto, anche se non riesco a trovarlo su Google.

Però continuano a premere sulla rigidità per giustificare la mancanza di investimenti e la mancanza di brio del tessuto imprenditoriale. E i risultati, nemmeno a sbagliarsi, sono una disoccupazione galoppante e gli IDE ai minimi (tengono un po’ le acquisizioni ostili, cioè le perle del made in Italy vendute a prezzi di saldo, i vari Bvlgari, Parmalat, Loro Piana, Brioni, Gancia, ecc.. che però sono IDE pericolosi, perché sono acquisizioni che non sempre portano più posti di lavoro a differenza dagli IDE sperati, i greenfield, cioè l’apertura di nuovi stabilimenti produttivi).

A proposito di IDE, questo è il report da parte dell’OCSE in pdf di Aprile 2014. Quella che segue è la classifica dei primi 20 Paesi al mondo per FDI, Foreign Direct Investments, acronimo inglese di IDE.

A pagina 7 ci sono le tabelle in ordine alfabetico.

Questa invece è una tabella di dati UNCTAD (ONU), fatta nel 2013, quando l’economia italiana stava meglio.

Tabella IDE

Tabella Foreign Direct Investments, Investimenti Diretti Esteri UNCTAD

Sorpresa: l’Italia non c’è. Non è in realtà una sorpresa, perché gli investimenti diretti esteri in Italia non ci sono. È colpa del lavoro? È vero che le prime posizioni sono occupate da Stati che hanno poche norme sul lavoro, ma è anche vero che sono tre stati grossi quanto interi continenti. E si vede che Spagna e Germania, molto più severe sul lavoro, e molto più pesanti rispetto all’Italia in quanto a costi (vale per la Germania e basta, in realtà) sono avanti. L’Olanda c’è! Il costo del lavoro in Olanda è molto alto, e altrettanto alte sono le protezioni per il lavoratore.

Dov’è il trucco?

Guardiamo ad una tabella elaborata dall’Economist..

[continua qui]

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