Chi era Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia?

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Chi era Giuseppe Fava, il giornalista siciliano ucciso da Cosa Nostra nel 1984?

Giuseppe Fava è nato a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, nel 1925. È stato direttore del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Che è stato il motivo per cui la mafia lo ha assassinato. È morto il 5 gennaio del 1984, alle nove e mezzo di sera, mentre andava a prendere la nipote dalle prove di teatro. Una scarica di colpi alla nuca.

Perché fu ucciso?

Fava, dopo essere diventato giornalista, iniziò a scrivere su quotidiani di vario livello, a Milano, come La Domenica del Corriere o Tuttosport. Fu assunto dall’Espresso Sera e ne divenne caporedattore fino al 1980, quando decise di tornare in Sicilia per dirigere il Corriere del Sud.

Lì inaugurò, con una nuova redazione, un giornale di stampo antimafioso, svolgendo interviste anche a persone legate a cosa nostra, ma non durò molto. Infatti venne di lì a poco rilevato da una cordata di imprenditori molto vicini ad un boss mafioso, Santapaola, catanese, ancora in vita, considerato tutt’oggi una delle più tremende bestie nere della mafia siciliana.

Fava venne licenziato, ma non si fece buttare giù di morale. Decise di inaugurare un mensile d’inchiesta tutto suo, I Siciliani, con una linea editoriale ancora più reazionaria verso la mafia di quanto non lo fosse il quotidiano che dirigeva prima, che nel fra tempo i nuovi proprietari avevano deciso di chiudere.

Il primo numero uscì nel 1982, e subito si fece notare per le inchieste contro le basi missilistiche americane in Sicilia e per le nuove, più scomode, inchieste sulla mafia.

Fece scalpore una sua inchiesta, che collegava quattro imprenditori, Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci, più altri personaggi, tra cui Michele Sindona (quello che aveva fatto uccidere nel 1979, si sarebbe scoperto poi, l’avv. Ambrosoli, mentre indagava sulla bancarotta fraudolenta della Banca Privata Italiana e su di cui la RAI fatto nel 2014 la fiction “Qualunque cosa succeda”), dicevo, l’inchiesta che collegava questi personaggi al clan mafioso Santapaola.

L’anno successivo Rendo e Graci tentarono di comprare il mensile, al fine di poterlo gestire ed evitare che le inchieste mettessero naso nei loro affari, ma nessun’offerta venne accettata e, anzi, Giuseppe Fava continuò a pubblicare foto che ritraevano Santapaola con assessori, imprenditori, funzionari dello Stato, liberi professionisti e questori.

Nel dicembre del 1983 Enzo Biagi lo chiamò a rilasciare quella che sarebbe stata la sua ultima intervista:

Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…

Questa fu la sua condanna. Sette giorni dopo che andò in onda, venne assassinato nella sua auto.

La magistratura avviò l’indagine seguendo gli scoop che il suo mensile aveva pubblicato, ma venne stoppata subito per “incompatibilità ambientale”. Riprese oltre 10 anni dopo, nel 1994, e nel 1998 Santapaola venne condannato come mandante dell’omicidio.

Foto della scena del crimine

Foto della scena del crimine. Nella foto la Renault di Giuseppe Fava e i poliziotti intorno alla salma

Quando infatti dopo l’assassinio si ipotizzò la pista mafiosa, il sindaco di Catania Munzone subito negò la possibilità che l’omicidio fosse di stampo mafioso perché, a sue parole, “a Catania non c’è [c’era] la mafia“. L’onorevole della Democrazia Cristiana Drago auspicò una veloce conclusione del processo perché altrimenti gli investitori del Nord (quelli che Fava aveva indicato come collusi) sarebbero andati via. A far tornare tutti coi piedi per terra ci pensò Emanuele De Francesco, Alto Commissario, che confermò che a Catania c’era – la mafia. Al suo funerale presenziarono pochi esponenti del mondo politico. Si ricorda l’allora Presidente della Regione Sicilia Nicita e alcuni membri del Partito Comunista Italiano.

Nel 2003 N. Santapaola è stato condannato in via definitiva all’ergastolo assieme all’esecutore materiale.

« A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare? »

(cit. Giuseppe Fava)

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