La Buona Scuola 2.0: pagare gli studenti per studiare

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Si riflette in questi giorni della possibilità di diminuire le vacanze estive per gli studenti. La proposta non mi trova completamente contrario, anzi penso sarebbe utile levare un mese di vacanza dall’estate e ridistribuirlo in mini vacanze durante l’anno scolastico, per allentare la pressione sugli studenti, tra l’autunno e la primavera.

Benché rimanga sorpreso dalla tempistica della proposta, che mi suona molto come argomento di distrazione da questioni ben più scottanti, come la corruzione che sembra aver lambito tutta l’amministrazione pubblica (buongiorno), colgo l’occasione per fare una proposta sulla scuola e sugli studenti di più ampio raggio.

Pagare gli studenti perché studiano. Non “perché studino“. Non pago gli studenti affinché studino, pago gli studenti perché/dal momento che studiano.

Mi riferisco in particolare a quelli che frequentano corsi di studi superiori e universitari. In Italia ora funziona al contrario: paghi per studiare. Le scuole ti impongono una tassa iniziale, una quota, che sei tenuto a versare alla scuola. Le università idem. E queste non sono in discussione: gli istituti e gli atenei ci finanziano l’attività ordinaria.

Lo Stato potrebbe, però, ridare agli studenti con una mano ciò che gli aveva preso con l’altra. Per aumentare l’efficienza generale del sistema ed aiutare l’economia.

Il modello sarebbe:

Lo studente che frequenta la scuola, a prescindere dal rendimento che ha, riceve uno stipendio settimanale accreditato su un conto suo presso la Cassa Depositi e Prestiti, che dipende dall’anno in cui è iscritto ( e quindi dalla sua età).

Why:

Uno stipendio uguale per tutti gli studenti dello stessa classe. Questo perché verosimilmente ad età uguali, i bisogni sarebbero simili. Sarebbe corretto parametrare lo stipendio al reddito familiare, tramite magari l’ISEE, ma il meccanismo sarebbe troppo complesso e, soprattutto, ne beneficerebbero gli evasori in maggior parte. Quindi evitiamo, keep it simple. Non varierebbe in base al rendimento perché il metro di giudizio cambierebbe da scuola a scuola. Una scuola al nord avrebbe voti più bassi rispetto ad una del sud (è così, i dati dicono questo), quindi gli “stipendi” degli studenti sarebbero più bassi. E questo sarebbe profondamente scorretto. Si potrebbe ovviare al problema introducendo i decili statistici; Chi si trova nel primo decile (dell’anno, della scuola) riceve X, chi nel secondo X-qualcosa eccetera. Ma anche lì, si complicherebbero enormemente le procedure. Se una procedura è complessa, è più facile da aggirare. Uguale per tutti, non aggiri niente.

Quanto:

Lo stipendio arriverebbe settimanalmente, perché così anche i ragazzi imparerebbero ad amministrarsi le finanze.

1° superiore – 12.5 (50 €/m, 600 €/a)
2° superiore – 17.5 (70 €/m, 840 €/a)
3° superiore – 20 (80 €/m, 960 €/a)
4° superiore – 35 (120 €/m, 1440 €/a)
5° superiore – 40 (150 €/m, 1800 €/a)

Uni triennale – 100 (400 €/m, 4800 €/a)
Uni specialistica – 150 (600 €/m, 7200 €/a)
Uni ciclo unico – 112.5 (450 €/m, 5400 €/a)

Si noti: dopo la terza superiore, c’è uno scalino di retribuzione; questo perché finisce la scuola dell’obbligo. Quindi crescono gli incentivi. Non c’è pagamento per i dottorati: ricevono già emolumenti (benché discutibili). All’università per ogni anno di fuori corso lo stipendio si abbasserebbe di 1/3.

Uno studente al liceo, quindi, prenderebbe per fare tutto il percorso: 5640€.
All’università, invece, facendo una 3+2= 24000€.
Facendo un ciclo unico di 5 anni= 27000€.

Troppi soldi? Nemmeno per idea.

I vantaggi ottenibili da questo investimento (perché di investimento si tratta) sarebbero superiori a quelli degli 80€, con rendimenti superiori. Innanzi tutto, parte di quel reddito elargito agli studenti sarebbero partite di giro che le loro famiglie girano alle scuole e le università. Quindi si autofinanzia. Certo, poi rimane comunque da trovare altri fondi per finanziare gli istituti, ma i fondi si trovano (riducendo, appunto, gli 80 euro).

Seconda poi, gli studenti spenderebbero quei soldi, facendo girare l’economia e rivitalizzando il mercato interno. Come? Vestiti, telefoni, libri, vacanze con gli amici. Acquisti di automobili. Se a 21 anni ricevi 400 euro il mese per studiare, forse pagare 150 euro per una macchina tutta tua o un affitto vicino all’università ce la fai a sostenerlo. Forse inizi a vivere da adulto ed esci dalla casa dei genitori. Inizi a capire come vanno le cose. Ti fai una vita.
Al liceo, ti paghi la benzina. Ti metti soldi da parte, capisci che lo studio rende.

È questo il punto: far capire che lo studio rende.

Una Nazione può trarre enormi vantaggi dalle economie di conoscenza, alfabetizzazione avanzata e scolarizzazione. Un problema che tocca fortemente la realtà italiana è proprio l’abbandono dello studio da parte dei giovani.  Così lo risolvi. I ragazzi stanno a scuola perché gli conviene.
Un universitario accetta ben volentieri un tirocinio a 600 euro nel percorso universitario. E inoltre dai la possibilità agli studenti di iniziare a crearsi cuscinetti finanziari propri, per affrontare il futuro con più serenità.

È un progetto ambizioso. È un progetto utile. È per l’Italia.

 

Edit:

http://it.reddit.com/r/PoliticalDiscussion/comments/309j19/italian_stud_proposal_pay_student_since_they/

 

Su Reddit è iniziata una discussione sulla proposta, in lingua inglese, che ha raccolto decine di commenti. Partecipa!

 

3 Comments to La Buona Scuola 2.0: pagare gli studenti per studiare

  1. Progetto interessante, tuttavia tralascia con troppa semplicità alcuni punti: sembra improponibile trattare tutti gli studenti alla stessa maniera, è la stessa Costituzione che invita a trattare in maniera uguale casi uguali e in maniera diversa casi differenti. In base all’ISEE forse sarebbe la soluzione migliore, d’altronde pure la borsa di studio universitaria è calcolata in base a fasce di reddito familiare. Dici inoltre che le età degli studenti sono simili, e, se questo è mediamente vero alle superiori, non lo è all’università, in cui si trovano (con maggiore incidenza in corsi di indirizzo umanistico) 30enni, 40enni e 50enni con non poca regolarità. In aggiunta sarebbe anche da considerare l’essere in sede o fuori sede.
    Non ultimo il fatto che ci sarebbe un’ondata imprevista di studenti, per cui andrebbero riformati quei corsi che non hanno un numero chiuso: sarebbero in molti ad approfittare della cosa, magari non facendo niente per 3 o 5 anni (a seconda del corso di laurea, prima di diventare fuori corso) e vedendosi comunque remunerare quel lungo dolce far niente.
    Il mio pensiero è che le idee di riforma, anche economica, della condizione di studente sarebbe molto interessante.
    Dissento in fine sulla frase: “se una procedura è complessa, è facile da aggirare”. La procedura, per essere valida deve, in questo caso, essere complessa, per tenere così conto delle diversità. Complessità e efficienza non sono inversamente proporzionali.

    • In effetti il discorso universitario andrebbe approfondito. Al liceo penso vada bene la cifra forfettaria, all’Università già ci sono le dichiarazioni per il pagamento delle tasse; non sarebbe complessa una segmentazione.

      Non so con che incidenza ci siano over 30 nelle differenti facoltà (a Economia sono nell’ordine del 2%, poco più), però anche se loro ricevessero queste cifre, sarebbe poi una così grande ingiustizia? Discorso differente è nel caso uno lavori. Si potrebbe prevedere agevolazioni a studenti lavoratori, ma tariffe differenti se uno è adulto e ha già un lavoro; Il problema è sempre il solito: troppe distinzioni rischiano di fare peggio che meglio. Di sicuro differenziare tra sede/fuori sede, adulto/ragazzo, lavoratore/non lavoratore, aiuta. Troppo più in là si rischia, a mio avviso, la jungla italiana.

      Per quelli che gozzovigliano.. beh: c’è un modo di arginare. a) se accetti la retribuzione devi laurearti ed essere produttivo entro certi limiti, o avere un certo rendimento di media,

      (NB: In Italia ci sono pochi laureati)

      b) oltre il primo anno di fuori corso (tesi non compresa) perdi totalmente l’emolumento, c) se fai il furbo, l’Università può chiederteli indietro, introducendo meccanismi anti truffa. Insomma, intendendo il rapporto di studio come professionale, l’Università può esigere a fronte di stipendi determinate prestazioni. Sul numero.. sì, una grana. Bisogna rifletterci sopra.

      Grazie mille per gli spunti che hai sollevato, molto utili! 😀

    • Per essere valida deve essere complessa? Perche pensi cosi. Non significa Che se una cosa é complessa é migliore. E poi hai detto anche che per tener conto delle diversità il metodo valido é quello complesso. Per me non lo é perché per trovare la soluzione ad una cosa non si deve impasticciare un altra.

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