Le vere ragioni dietro il crollo del petrolio, secondo i complottisti.

By -

Le vere ragioni dietro il crollo del petrolio, secondo i complottisti.

[complottista mode:ON]

Che i complottisti ci abbiano visto giusto questa volta? In effetti, rispetto alle teorie più o meno strampalate, questo repentino calo del barile ha avuto una tempistica e delle conseguenze che hanno portato enormi vantaggi ad una parte del mondo: gli Stati Uniti.

Il barile ha avuto un calo di quasi il 50% in pochi mesi, una scure che si è abbattuta sui bilanci di un sacco di paesi del bengodi che campavano unicamente sulle entrate petrolifere.
I due attori principali di queste scosse telluriche sono stati l’America e Arabia Saudita, che mostravano interessi apparentemente contrapposti.
Gli Stati Uniti sono gli innovatori nel campo delle ricerche di greggio, con il fraking e gli scisti, mentre l’Arabia Saudita è il re delle riserve e dei costi ridicoli di estrazione. Bloomberg stima che il costo di estrazione di un barile per la Saudi Aramco sia intorno ai 5 dollari, in assoluto tra i più bassi, a fronte di un profitto fino a quest’estate di oltre 100$. Un guadagno di oltre il 2000%, per un’estrazione media di 8 milioni di barili al giorno.

Il cruccio USA i costi di produzione del fracking

La vulgata è che l’Arabia si sia preoccupata dei nuovi entranti sul mercato, gli americani, e temendo una riduzione delle quote di mercato, abbia spalancato i rubinetti per mandare fuori costo gli avversari. Gli americani dal canto loro avevano dichiarato che, all’inizio del 2014, un barile risultasse loro conveniente da almeno 100$. Poi si è passati a 95$, quindi a 90$, 85$, 80$ e poi non se ne è saputo più niente fino a poco tempo fa, in cui è stato detto che fino a 50$ ci sarebbe stato un margine.

Quindi Arabia e USA hanno iniziato a produrre a rotta di collo.
A novembre c’è stato l’incontro tra i Paesi OPEC a Vienna, un incontro storico, come è stato definito, perché in un qualche modo ha sancito la figura non più preponderante del cartello. Il tema era, appunto, se preservare quote di mercato oppure quote di profitto, perché entrambe non potevano essere tenute. Si è optato per una tenuta delle quote, dal momento che, qualora gli americani fossero finiti fuori gioco, il cartello sarebbe tornato il monopolista di una volta.
Il Ministro iraniano del petrolio, Bijan Namdar Zanganeh, ha ricordato come le quote fossero un punto fondamentale dell’OPEC, e come negli anni scorsi fossero solo diminuite.
Questa mossa però non ha avuto conseguenze felici per tutti, a partire da Zanganeh.
Un barile più basso vuol sì dire mandare fuori il fracking, ma ha ripercussioni serie sui bilanci di molti Paesi. E troviamo tre paesi, non molto amici degli USA, in prima fila: Venezuela, Iran e Russia.
Tutti e tre ai ferri corti con l’amministrazione Obama, tutti e tre dipendenti dal petrolio.
Il patto USA-Arabia Saudita

In un primo momento, l’abbassamento delle quotazioni ha portato un po’ di allarme tra i produttori USA e questo è stato colto come un segnale positivo dall’OPEC, a giugno.
Tuttavia l’ambiente è rimasto molto pacato, non ci sono stati scivoloni o default di dimensioni rilevanti (qualcuno c’è rimasto di sicuro) e gli USA non hanno commentato in modo negativo un abbassamento dei prezzi. Anzi! migliora il saldo commerciale, il prezzo al gallone scende sotto i 2$ (non accadeva dalla crisi, che in America è finita), agevola la ripresa.
Il prezzo è continuato a crollare, e gli americani hanno continuato a produrre. E’ lì che si sono susseguite le dichiarazioni sui prezzi convenienti, 95$, 90$, 85$, ecc..
Alla fine è venuto fuori il trucco, che troppo scemo non è. I produttori americani, conoscendo i cicli del prezzo del barile, avrebbero stipulati accordi finanziari per prevenire default, degli swap molto plain vanilla che li coprono dal rischio del brent.
A questo punto sarebbe stata convocata la riunione di novembre a Vienna.
I complottisti ritengono tuttavia che l’Arabia sapesse degli swap e abbia scelto scientemente la strada ribassista per causare danni a paesi antagonisti agli USA. I danni collaterali, per lei, sarebbero stati assorbiti dalle enormi riserve (quasi mille miliardi).

 

Russia

La Russia di Putin con un barile deprezzato, corre gravi rischi. Basti pensare che il bilancio di Stato licenziato dal Cremlino si basa su entrate petrolifere ad un prezzo di 100$ (Link!) al barile, quasi il doppio rispetto ad ora. La spesa di Mosca è cresciuta considerevolmente di recente, e le entrate si sono abissate.

La Russia però è un Paese dal rapporto debito pil praticamente inesistente, intorno al 10%, contro il 130% dell’Italia, il 100% della Francia, il 100% degli USA e l’85% della Germania. Però la repentina caduta del rublo, l’inflazione fiammante, legata anche alle sanzioni estere occidentali, ha portato a costi di finanziamento molto più onerosi di quanto non fossero un anno fa. Basti pensare che i media economici parlano già di iperinflazione sul rublo di qui a un anno. (Link!)

L’amministrazione Obama avrebbe perciò severamente mazziato Putin, con il quale all’inizio i rapporti erano stati cordiali.

Iran

L’Iran è un altro Stato canaglia, reo di volersi impossessare della tecnologia nucleare. Per un Paese dai tratti talvolta estremisti e dai toni, in passato, molto accesi verso gli Stati Uniti, questo è un rischio che non si può correre.
Rohani, presidente dell’Iran, ha fatto costruire recentemente il bilancio con previsioni identiche a quelle della Russia, cioè con un barile a 100$, ma ciò nonostante ha previsto un deficit. Ha inoltre stimato che con un barile a 80$ il suo budget si sarebbe ridotto di un terzo. Al momento viaggia verso quota 60.
L’economia iraniana è in fase di recessione da fine 2012, e questo, unito alla difficoltà di ricostituire le riserve di dollari a causa delle sanzioni internazionali, mette pressione perché abbandoni il programma nucleare. Inoltre la popolazione inizia a ribollire per le condizioni economiche sempre peggiori e dagli outlook non rosei.
Teheran è rimasta in grado di pagare i dipendenti pubblici, in uno Stato in cui il 60% del PIL è centralizzato, ma un calo prolungato del prezzo del barile aprirebbe scenari tutti nuovi e non piacevoli, considerando che nell’area incombe l’ISIS, che matura nel malcontento delle popolazioni arabe, istigando l’odio verso l’occidente.
Venezuela

Il venezuela è un altro grandissimo produttore di petrolio (un litro di benzina costa, lì, meno di un litro d’acqua) e acerrimo nemico degli Stati Uniti. Il petrolio conta per metà dell’export nazionale, e un calo di soli quattro mesi ha messo in allarme gli analisti: “è praticamente in bancarotta”, dicono.
Quindi l’America con questo colpo ottiene un vantaggio per i suoi consumatori, un miglioramento, anche se non più importante come sarebbe potuto avvertire prima, della bilancia commerciale e un depotenziamento degli avversari internazionali, che si troveranno così, chi corto di risorse, chi a portare i libri presso il tribunale più vicino.

E l’Europa

Noi europei ci guadagnamo, con prezzi della benzina più bassi. L’Europa importa maggior parte del petrolio, ed una diminuzione del prezzo si ripercuote positivamente sui bilanci. Inoltre, la Germania sarà costretta ad aumentare il suo import, augurabilmente da paesi UE, perché se gli diminuirà la quota-import legata agli idrocarburi, dovrà compensarla con un’altra se non vuole sforare i tetti limite di import ed export su PIL.
L’Italia in particolare dovrebbe guadagnarci, con una riduzione dell’import e un miglioramento netto della bilancia commerciale. Inoltre i consumatori pagheranno meno la benzina, che da 1,8 è passata a 1,4 e continua a calare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.